I film del 2010 che se ne va: delusioni e animazione (prima parte)

È consuetudine alla fine dell’anno fare dei bilanci, riassumere ciò che è successo durante le 52 settimane trascorse, guardarsi indietro, soddisfatti o meno, per chiudere il cerchio e andare avanti con la vita. Il 2010 quindi si appresta a chiudere i battenti, e noi vogliamo un po’ provare a vedere com’è andata l’annata cinematografica.

Ripercorriamo quindi il calendario del cinefilo, con quelli che sono stati i film più importanti di questi 12 mesi.

Sicuramente è stato l’anno di Avatar, la pellicola (termine quanto mai usurato, data la natura del film) che era stata annunciata come la rivoluzione totale del cinema, un nuovo modo di intendere la visione in 3d, l’apoteosi della settima arte. Una volta arrivato nelle nostre sale il film si era sgonfiato notevolmente per rivelarsi ciò che effettivamente era, ovvero un giocattolone iperpompato che tanto, forse troppo, doveva al cinema classico.

Grande delusione, almeno per il sottoscritto, come ho scritto nella mia recensione.

Totalmente agli antipodi per filosofia, budget, caratteristiche produttive, Paranormal Activity ha realizzato degli incassi da paura pur non facendone affatto, malgrado la pretesa di essere un film horror. I casi di panico, gli svenimenti in sala, i malori ci hanno mostrato come il passaparola e l’autosuggestione possono più del talento e del sapiente uso del linguaggio audio-visivo.

Una macchina da presa fissa, il nulla per 90 minuti, l’insistenza sul fuoricampo: ecco cosa ci ha gabbato.

Cinema impegnato: l’insospettabile Clint Eastwood ci ha proposto Invictus, filmone (l’accrescitivo è soprattutto per la lunghezza estenuante) didattico e politico su Nelson Mandela e il rugby in Sud Africa. A chi ha diretto Million Dollar Baby e Gran Torino si perdona questo ed altro.    

Le grandi cadute. Il già precario – nella nostra fiducia – Tim Burton ha deciso di trasporre su grande schermo un classico che sarebbe dovuto essere nelle sue corde, o almeno così pensavamo tutti. Alice in Wonderland invece è stato massacrato praticamente da tutta la critica mondiale riunita e la deliranza del cappellaio matto è finita tra le peggiori sequenze di tutta la storia del cinema. Ennesimo esempio, tra l’altro, che il 3d posticcio, aggiunto in post-produzione, non serve a nulla. Altra caduta celebre, ma è solo un mio parere condiviso praticamente da quasi nessuno, è quella di Martin Scorsese che con Shutter Island ha prodotto un bel pasticcio di vaga ispirazione lynchiana, girato con competenza ma singolarmente poco ispirato nel risultato finale. A ciò si aggiunga il terribile momento “spiegone” alla lavagna, con annessi anagrammi (dicesi “spiegone” quando un personaggio si sente in dovere di farci capire cosa sta succedendo, spiegando per filo e per segno il significato del film: la morte delle sfumature, in pratica).

Il reparto animazione ci ha dato delle piacevoli sorprese. Sulla Dreamworks non avrei scommesso un soldo bucato, ma con Dragon Trainer mi sono dovuto ricredere. Il film non solo penso sia il miglior caso di 3d cui ho assistito finora, con un’ottima resa della velocità e delle dinamiche del volo, ma ha anche creato un precedente di outsider capace di vedersela con lo strapotere della Pixar, che però ha saputo reagire regalandoci la piccola gemma Toy Story 3, in barba a tutti coloro che pensano che il numero tre dopo il titolo di un film sia fonte di sciagura. Il film infatti è il commovente resoconto di come giocattoli, bambini, e il cinema d’animazione possano arrivare alla maturità senza perdere l’innocenza delle origini. Aggiungiamo poi quasi allo scadere dei 365 giorni quel grande capolavoro di melanconia muta, di gag visive, di nostalgia per un passato che non può più tornare che è L’illusionista, pellicola francese di gran pregio, sottile omaggio all’arte di Tati.


Per la seconda parte tornate domani, parleremo di altre pellicole e soprattuttodi cinema italiano!

Scritto da Style24.it Unit
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