Festival cinema Roma 2011: The Lady, recensione

Recensione in anteprima di The Lady, ultimo film di Luc Besson, presentato al Festival Internazionale del Film di Roma. Solo su Blogosfere Spettacoli

Ceci n’est pas la storia di Aung San Suu Kyi“, si potrebbe dire. È doveroso ricordarlo, dato che probabilmente si riaprirà l’annosa questione che si apre ogni volta ci si arrischia a parlare male di un’opera il cui contenuto riguarda un evento drammatico o una storia di impegno civile.

Questo perché The Lady di Luc Besson, secondo il parere di chi scrive, è un film mediocre e una cattiva opera cinematografica. Una pellicola molto convenzionale basata su una storia vera e commovente quale quella del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi.

Interpretato da Michelle Yeoh e David Thewlis, il film è un racconto apologetico di cui non ci sarebbe stato bisogno. Specifichiamo: è sempre necessario che qualcuno ci ricordi che al mondo esiste chi si batte per la libertà e per la dignità umana, anche a costo della perdita delle proprie.

Per questo però esiste la pagina di Wikipedia, esistono i giornali, esistono le molteplici fonti d’informazione di cui è affollato il mondo moderno.

Un film, oltre a fare ciò (obiettivo per nulla obbligatorio, sia chiaro), dovrebbe anche fornire quel qualcosa in più che è caratteristico dell’espressione artistica. Non mi addentrerò ulteriormente nella questione perché non è il caso in questo specifico momento, ma credo che chiunque abbia mai visto un film, osservato un quadro o ascoltato un brano musicale sappia di cosa sto parlando.

Cosa rimproverare a Luc Besson? Innanzitutto il non aver voluto osare. La mancanza di coraggio la si ritrova innanzitutto nella struttura dell’opera, che ricalca fedelmente un qualsiasi film impegnato da pomeriggio televisivo, in cui ogni sviluppo narrativo è facilmente prevedibile, e previsto (stiamo parlando di una storia vera: l’aggravante è notevole).

È riscontrabile nel tratteggio psicologico dei personaggi, figurine atte a suscitare emozioni prefissate a comando, se si esclude l’interessante Michael Aris, esempio di aplomb britannico, ironico e compassato che ben nasconde il dolore che lo sconvolge. Tutti gli altri personaggi, inclusi protagonista e figli, risultano piuttosto sciapi e poco interessanti, schiacciati sia dall’importanza della storia raccontata che da una direzione di regia che deve è costretta a correre da un evento all’altro. E se si pensa che Besson diresse con maestra una giovanissima Natalie Portman la prestazione dei due giovanotti del film è ancora più imbarazzante.

Mancanza di coraggio riscontrabile poi nell’adozione di scelte, toni e atmosfere tipicamente hollywoodiani. Dalla semplificazione della questione politica in gioco fino alle musiche roboanti, monolitiche e ricattatrici che segnalano l’emozione da provare piuttosto che suggerirla o esprimerla, il film è la massima espressione del prodotto americano d’impegno: piano al limite del piattume, espositivo quando serve, commovente a forza nei momenti topici, illuminato da una fotografia “bella” e dai colori accessi, ovvero mediamente piacevole ma minimamente espressiva.

Si dovrebbe tentare il seguente esperimento: leggere la pagina di Wikipedia dedicata a Aung San Suu Kyi e poi guardate il film. Credo che un 90% dei lettori-spettatori non ricaverebbero alcun vantaggio dalla seconda parte di questa prova. E questo mi sembra un male per qualsiasi opera artistica.   

Link Utili:

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Scritto da Style24.it Unit
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