Power dressing: la moda è anche politica

Il power dressing è letteralmente "il potere del vestirsi": un vestito veicola messaggi e valori ben precisi. La moda, dunque, è anche politica.

La moda è un sistema universale, in cui convivono linguaggi eterogenei, stampe, cromie, simboli e, tanta, tantissima storia. In quanto linguaggio e in quanto fruitore di messaggi e simbolismi, la moda è anche politica e riesce ad assumere, in base ai contesti in cui si inserisce, forme e concetti ben precisi.

Non più da considerare aspetto frivolo della vita delle persone, la moda è a tutti gli effetti un modo di essere, un modo di esprimersi e un modo per, soprattutto in determinate occasioni, fare arrivare un concetto.

La moda politica: che cos’è il power dressing

La storia – così come la società in cui viviamo – ci insegna come e quanto un abito possa parlare per noi. Ci sono volte in cui tale assunto assuma un valore prettamente negativo (basti pensare ai numerosi stereotipi legati all’abbigliamento, soprattutto femminile), ma ci sono volte in cui la mise proposta abbia al suo interno messaggi politici.

Ecco perché si parla di power dressing: nata verso gli anni ’70 e ’80, tale espressione vede le sue origini nel mondo della sociologia, quando T.Mollay pubblicò due libri su come l’abbigliamento potesse essere motivo di successo e su come le donne dovessero vestirsi nel mondo degli affari.

Ancora oggi il power dressing è molto sentito nel mondo della politica e degli affari, sia internazionali, sia italiani: vediamo come.

Power dressing italiano: come funziona?

Rispetto al contesto straniero (si pensi all’America in primis, ma anche alla Germania etc.), il panorama italiano manca ancora di figure femminili al potere, quindi sembrerebbe che il power dressing, in questo caso, non abbia ancora funzionato.

Discorso differente si può compiere per gli uomini della politica italiana, che virano quasi sempre per colori scuri quali il blu e il nero, ma con personalità e stile altamente soggettivi (anche in base, ovviamente, al partito politico di appartenenza).

Primo tra tutti? Silvio Berlusconi. Il premier ha da sempre sfoggiato outfit che potremmo definire da self made man, in grado di veicolare valori quali la profonda imprenditorialità e la totale intraprendenza, senza però togliere la voglia di sperimentare e, qualche volta, di stupire (ricordate il look total white con tanto di bandana?). Anche Matteo Renzi ha sfruttato il power dressing in non poche occasioni: outfit formali in Parlamento, outfit più sbarazzini e casual in giro per la città (vi dice niente il giubbotto di pelle?). O ancora, Matteo Salvini, dallo stile semplice ma riconoscibile, come quando ha virato su un’immagine più “intellettuale” mostrandosi sempre con un paio di occhiali da vista differenti. Basta poco, un cambio di colore, un accessorio in più, per veicolare messaggi ben precisi: nulla è casuale, quando si tratta di politica (e di moda).

Entrando invece nel fashion world: chi, meglio di Giorgio Armani, può definirsi amante del power dressing? Il suo stile semplice ma sempre essenziale, è divenuto presto simbolo: maglietta girocollo blu e si è subito icona.

E all’estero? Chiediamolo alle first lady

Anche all’estero il power dressing è preso con molta serietà: Donald Trump e la sua immancabile cravatta extra long (era solito portarla fin sotto la cintura) come simbolo di autorità e autorevolezza; Barack Obama e i suoi outfit o blu o grigi divenuti iconici: del resto, come spesso accade, il colore della sua pelle era già a tutti gli effetti un elemento distintivo.

Sono però da sempre le first lady ad attirare l’attenzione maggiore in fatto di power dressing: pensate a Michelle Obama, divenuta icona di stile ed eleganza grazie alla sua versatilità e alla sua spontaneità nel cambiare abbigliamento a seconda dell’occasione e, soprattutto, nel porsi allo stesso livello delle persone “comuni”.

Totalmente differente il power dressing di Melania Trump: stile classico, molto serio, elegantissimo e sempre molto femminile. Se bene vi ricordate, per la cerimonia del passaggio di consegne con Michelle Obama, Melania Trump deicse di indossare un tailleur color carta da zucchero, palesemente ispirato a quello indossato da Jacqueline Kennedy nella stessa circostanza: la moda è contaminazione e citazione, ricordate? Non sempre elogiata, Melania Trump ha spesso innalzato critiche e commenti negativi riferiti al suo stile: la giacca di Zara con la scritta “I really don’t care, do you?” – ad esempio – fu un chiaro messaggio politico che però non piacque troppo agli americani.

Spostandosi nel Regno Unito, infine, non si può non citare la lady di ferro, Margaret Thatcher, che dagli esordi ha saputo ponderare con un’attenzione incredibile le scelte di ogni singolo componente dell’outfit. Ora, con l’elezione della nuova prima ministra britannica Liz Truss (che si considera erede della Iron Lady), che cosa ne sarà del power dressing? Come utilizzerà il suo stile e che cosa sceglierà per rendersi riconoscibile alle persone?

Insomma, la moda e la politica pare vadano a braccetto: ci vuole attenzione, però, perchè a volte “l’abito non fa davvero il monaco”.

Scritto da Marta Mancosu
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