La mancata sistematizzazione dei numeri sulla violenza maschile contro le donne ostacola la comprensione dell’entità e delle dinamiche del fenomeno. Oltre 25mila cittadini hanno sottoscritto la petizione #dativiolenzadigenere promossa da Dati Bene Comune con la rete D.I.Re. e Period Think Tank per richiedere dati aperti, accessibili e disaggregati. Dal punto di vista tecnico, la richiesta punta a passare da riassunti statistici a dataset interoperabili. I promotori sottolineano che la trasparenza non è solo una questione tecnica, ma una responsabilità pubblica fondamentale per progettare politiche efficaci di prevenzione e protezione.
La disponibilità di informazioni dettagliate su denunce, indagini, condanne e sul numero effettivo delle vittime di femminicidio è indispensabile per interventi mirati. Senza dati completi e aggiornati, le misure rischiano di essere inefficaci e frammentarie. Le performance delle politiche dipendono dalla qualità dei dati disponibili, che oggi presentano lacune significative.
Una richiesta concreta: che tipo di dati servono
La petizione chiede la pubblicazione di dataset in formato aperto con disaggregazioni standard: età delle vittime e degli autori, rapporto di relazione tra vittima e carnefice, distribuzione geografica e altre variabili rilevanti.
I promotori richiedono trasparenza sulle metodologie di rilevazione e accesso a formati riutilizzabili per analisi indipendenti. La proposta tecnica consegnata alle istituzioni mira ad allineare la pubblicazione alla legge 53/2026 e agli obblighi della Direttiva UE 2026/1385, che prevede scadenze normative precise.
Incontro con le istituzioni
Lo scorso 12 febbraio una delegazione della campagna #DatiBeneComune è stata ricevuta dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. All’incontro hanno partecipato rappresentanti del Ministero dell’Interno, della Giustizia e del Dipartimento per le Pari Opportunità.
È stata presentata una proposta tecnica che non richiede strumenti ex novo, ma la pubblicazione dei dataset già esistenti in formati aperti e l’istituzione di una cadenza regolare di aggiornamento.
Il problema attuale: dati sparsi e pubblicazioni irregolari
Le informazioni ufficiali sono oggi disperse su siti diversi, aggiornate in modo discontinuo e spesso non scaricabili in formati utili per l’analisi. Il Servizio Analisi Criminale del Dipartimento della Pubblica Sicurezza pubblica report trimestrali sugli omicidi volontari con focus sui casi potenzialmente correlati alla violenza contro le donne.
Tuttavia quei documenti risultano poco adatti a chi intende condurre analisi approfondite. Ne deriva l’esistenza di numeri, ma non di dataset che consentano confronti temporali e valutazioni d’impatto.
Dati mancanti e conseguenze concrete
Nei report ufficiali mancano spesso elementi essenziali: età delle vittime e degli autori, ripartizione geografica, informazioni su denunce pregresse o su eventi successivi come il suicidio dell’autore. Mancano inoltre dati su nazionalità, coinvolgimento nel traffico di esseri umani o nel sex work e informazioni sugli orfani di femminicidio. L’assenza di tali dettagli impedisce l’identificazione di pattern ricorrenti e ostacola la taratura dei servizi di supporto.
Perché la trasparenza è una scelta politica
Restituire numeri e metadati completi è una decisione politica che incide sulla capacità dello Stato di prevenire e proteggere. Esperte come Donata Columbro e organizzazioni come ActionAid hanno evidenziato che, nonostante nuove norme e risorse, senza dati strutturati, disaggregati e comparabili le politiche restano inefficaci. La mancata pubblicazione rappresenta un fallimento della responsabilità pubblica e del dovere di tutela verso le persone più vulnerabili.
La campagna propone la creazione di una data unit permanente per gestire raccolta, standardizzazione e pubblicazione dei dati con continuità. Il modello indicato si ispira ad esperienze europee già esistenti. Un portale stabile e consultabile, con trasparenza metodologica e dataset aggiornati, permetterebbe a ricercatori e operatori dei servizi di monitorare l’efficacia delle politiche e formulare miglioramenti basati su evidenze.
Il passo successivo: responsabilità istituzionale
La società civile ha elaborato proposte tecniche, promosso petizioni e ottenuto incontri istituzionali. Ora spetta alle istituzioni decidere se rendere effettiva la pubblicazione regolare dei dati e adeguarsi agli obblighi normativi, compresa la conformità alla Direttiva UE 2026/1385. Contare non è un atto neutro: è il presupposto per riconoscere, intervenire e prevenire.
Rendere i dati leggibili e riutilizzabili significa ridurre l’invisibilità che alimenta la violenza e migliorare la progettazione di servizi di protezione. I prossimi sviluppi attesi riguardano l’adozione di standard di pubblicazione e l’attivazione di flussi regolari di dati aperti per valutazioni indipendenti.

