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La Milano Fashion Week maschile del 2026 ha rappresentato un momento cruciale per il settore, con designer che hanno navigato tra il già visto e la necessità di proporre qualcosa di nuovo. In un contesto in cui il rischio di ripetizione è alto, le sfilate hanno mostrato un panorama ricco di contrasti, dove alcuni marchi hanno brillato, mentre altri hanno deluso.
Prada: una riflessione contemporanea
La collezione presentata da Miuccia Prada e Raf Simons ha saputo catturare l’attenzione di tutti.
All’interno del suggestivo Deposito della Fondazione Prada, i due designer hanno esplorato il concetto di rielaborazione del passato. L’idea centrale è chiara: è possibile costruire qualcosa di nuovo partendo da ciò che già esiste.
Dettagli che fanno la differenza
Il risultato è una collezione che si distingue per l’uso di cappotti e trench reinventati, caratterizzati da volumi e linee innovative. I modelli, pur mantenendo un richiamo al classico, si differenziano per dettagli audaci come polsini maxi e cappelli cuciti, che conferiscono un’aria di sregolatezza calcolata.
I colori forti e le texture ricercate arricchiscono ulteriormente la proposta, rendendo ogni capo non solo riconoscibile ma anche sorprendente.
Montecore: l’eccellenza sartoriale
Accanto ai giganti della moda, Montecore ha dimostrato di essere un esempio di come la sartorialità possa evolversi senza tradire le proprie origini. Sotto la direzione di Fabio Peroni, il brand ha presentato modelli ben definiti, pensati per un uomo professionista. La collezione si basa su capispalla e outerwear che uniscono comfort e funzionalità, sempre mantenendo un occhio di riguardo alla qualità dei materiali.
Un modello di business sostenibile
Montecore non si limita a proporre capi di alta sartoria, ma crea un rapporto diretto con il consumatore. La possibilità di riparare e rimettere in forma i capi acquistati è un valore aggiunto che trasforma l’atto di comprare in una relazione duratura. Questo approccio è emblematico di un nuovo modo di pensare il lusso, incentrato su servizio e rispetto per il cliente.
Dolce & Gabbana: tra stereotipi e inclusività
In netto contrasto con l’approccio innovativo di Prada, la sfilata di Dolce & Gabbana ha suscitato molte critiche. L’idea di rappresentare archetipi lontani da stereotipi è risultata contraddittoria rispetto alla scelta di modelli che, di fatto, hanno incarnato gli stereotipi stessi. La passerella, composta esclusivamente da figure maschili caucasiche, ha sollevato polemiche, evidenziando un gap tra il messaggio e la realtà proposta.
Un manifesto poco efficace
Il tentativo di lanciare un messaggio di inclusività è stato vanificato da una presentazione che, invece di sfidare le convenzioni, ha finito per rinforzarle. Questo ha sollevato interrogativi su come la moda possa rimanere rilevante in una società in continua evoluzione, dove il pubblico chiede maggiore rappresentatività.
Etro: un viaggio nella memoria
Tra i momenti più interessanti della settimana, la collezione di Etro, curata da Marco De Vincenzo, ha saputo intrecciare passato e presente in un modo affascinante. L’uso di riferimenti storici, come le iconiche teste animalesche degli anni ’90, ha dato vita a una proposta che non è mera citazione, ma una rielaborazione creativa.
Tradizione e innovazione
La collezione ha dimostrato che l’archivio può essere un potente strumento critico. I tessuti ricchi di motivi e colori vivaci, insieme a silhouette moderne, creano un dialogo con l’attualità, suggerendo che il vintage può essere reinterpretato in chiave contemporanea, senza risultare datato.
La Milano Fashion Week del 2026 ha offerto uno spaccato variegato del panorama della moda maschile, rivelando sfide e opportunità. Mentre alcuni brand hanno saputo reinventarsi, altri sembrano ancora ancorati a pratiche superate. Il futuro della moda si preannuncia come un campo di battaglia tra innovazione e tradizione, invitando i designer a riflettere sul loro impatto culturale e sociale.


