La piazza romana ha chiesto con chiarezza che la definizione di consenso resti intatta. Dopo le mobilitazioni territoriali del 15 febbraio e settimane di confronto tra operatrici, giuriste e attiviste, il 28 febbraio associazioni e movimenti transfemministi hanno manifestato con lo slogan «senza consenso è stupro». La protesta è nata per l’allarme suscitato dalla riformulazione del reato prevista nel disegno di legge noto come ddl Bongiorno, che sostituisce la nozione consolidata di consenso con il concetto di dissenso.
Perché il cambiamento normativo preoccupa
La protesta si concentra sul profilo giuridico e simbolico della riforma. La sostituzione del termine consenso con dissenso trasferirebbe l’onere della prova sulla persona offesa. Secondo le organizzazioni che operano contro la violenza sessuale, la nuova formulazione impone alla vittima di dimostrare di aver manifestato una volontà contraria in modo espresso. Tale requisito si porrebbe in contrasto con l’evoluzione giurisprudenziale degli ultimi decenni, la quale ha riconosciuto forme diverse di manifestazione della volontà.
Per molte avvocate e operatrici dei centri antiviolenza, la modifica non è un intervento isolato ma si inserisce in una serie di iniziative legislative e politiche che, a loro avviso, ridisegnano i corpi e i ruoli delle donne nella società. Le associazioni attendono la calendarizzazione parlamentare per valutare interventi normativi e azioni legali.
Il quadro legislativo e storico
Le associazioni continuano a sollecitare interventi dopo che il dibattito parlamentare ha registrato divisioni sul perimetro della norma.
La spinta per riaffermare il principio del consenso libero e attuale era già sostenuta da un disegno di legge approvato in passaggi precedenti del Parlamento e si richiamava alla Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia.
Lo scorso 25 novembre la proposta che avrebbe esplicitato il concetto di consenso nel reato di violenza sessuale non è stata approvata in Senato. Un emendamento presentato dalla Lega ha modificato l’impianto normativo, determinando il respingimento della formulazione originaria.
L’esito ha alimentato proteste pubbliche e la convocazione di cortei e iniziative su scala nazionale.
Le organizzazioni della società civile chiedono ora la calendarizzazione parlamentare degli ulteriori provvedimenti e valutano possibili azioni legali per tutelare le vittime. L’evoluzione dei lavori parlamentari risulterà decisiva per definire il quadro normativo e le modalità di applicazione del principio del consenso libero e attuale.
Conseguenze pratiche per i processi
Nelle valutazioni delle associazioni, la proposta peggiorerebbe la posizione delle vittime nel percorso giudiziario. La legge del 1996 aveva trasformato la violenza sessuale da reato contro la morale a reato contro la persona. La giurisprudenza ha progressivamente integrato il concetto di consenso. Tale integrazione tiene conto di fattori come il freezing da trauma o la perdita di coscienza. Sostituire quella prospettiva con l’obbligo di dimostrare il dissenso comporterebbe, nella pratica, un ritorno a mettere in discussione la credibilità delle vittime. Secondo le organizzazioni, ciò aumenterebbe la vittimizzazione secondaria durante i processi.
Il peso delle disuguaglianze di potere
Dopo le osservazioni sulle conseguenze processuali, le critiche si concentrano sulla capacità della norma di cogliere la dimensione sistemica della violenza di genere. Le attiviste sostengono che il paradigma del consenso presuppone relazioni paritarie, mentre molti rapporti sono segnati da squilibri di potere, coazione economica o vincoli familiari.
Per le organizzazioni, il ricorso al termine dissenso implica la necessità di un rifiuto esplicito. Esse ricordano esempi in cui la vittima non ha potuto esprimere un «no» in modo chiaro. Chiedono quindi una normativa che riconosca formalmente le asimmetrie e gli ostacoli che impediscono la manifestazione libera della volontà.
La mobilitazione sociale e le richieste
Dal dissenso espresso nei paragrafi precedenti nasce la mobilitazione che ha accompagnato le proteste in piazza. Alla manifestazione romana hanno partecipato centri antiviolenza, collettivi transfemministi, associazioni civili e cittadini. Le organizzazioni hanno chiesto che rimanga fermo il principio solo sì è sì e che il Parlamento non approvi la riforma nella versione proposta.
Le azioni sul territorio, comprese le oltre cento piazze mobilitate il 15 febbraio, hanno evidenziato una rete di solidarietà e iniziative di sensibilizzazione. I promotori hanno sottolineato come il linguaggio giuridico influenzi la percezione pubblica della violenza. Le campagne di informazione mirano inoltre a spiegare le conseguenze pratiche delle modifiche normative sui percorsi di protezione e giustizia.
Verso quali soluzioni orientarsi
Le campagne di informazione mirano inoltre a spiegare le conseguenze pratiche delle modifiche normative sui percorsi di protezione e giustizia. Le organizzazioni chiedono che la legge recepisca in modo chiaro la definizione di consenso come libera manifestazione della volontà. Chiedono altresì che non si obblighi la persona offesa a provare un rifiuto verbale o fisico entro criteri ristretti.
Le stesse realtà propongono interventi che vadano oltre il solo piano penale. Tra le misure indicate figurano politiche di prevenzione, servizi di sostegno alle vittime e programmi di formazione sulle dinamiche di potere che favoriscono la violenza. La protesta ha sottolineato che la formulazione delle norme incide su responsabilità, tutela e dignità. Per movimenti e centri antiviolenza mantenere il concetto di consenso è ritenuto essenziale per garantire diritti effettivi e non trasferire alle vittime l’onere di dimostrare di aver opposto un rifiuto in situazioni che spesso lo rendono impossibile.

