Vanessa Casu non vede con gli occhi ma conserva una visione interna fatta di memorie, colori e volti ricostruiti nella mente. La sua esperienza illumina non solo il percorso personale di adattamento alla cecità, ma anche le lacune di una società che conosce i diritti e spesso non li applica. Al suo fianco c’è Pancake, il cane guida che incarna autonomia, sicurezza e relazione quotidiana.
Attraverso il format «Ti piace il mio cane guida?» Vanessa racconta sé stessa, informa il pubblico e smonta stereotipi.
Quello che emerge è una richiesta chiara: più informazione pubblica e un rispetto concreto delle norme che garantiscono l’accesso dei cani guida negli spazi aperti al pubblico.
Dal cambiamento personale alla consapevolezza
La perdita progressiva della vista è stata un processo complesso che Vanessa ha vissuto tra speranze mediche e la necessità di riorganizzare la propria esistenza. L’8 maggio 2013 è un riferimento preciso nella sua storia: quel giorno ha compreso che la vista sarebbe completamente venuta meno e che non c’era più un piano B.
Quel cambiamento non è stato netto ma graduale, descritto da Vanessa con l’immagine di una linea che diventa sempre più marcata fino a non essere più visibile.
Il passaggio all’uso del bastone bianco è stato simbolico e pratico: inizialmente vissuto con rifiuto, poi accolto come strumento che comunica agli altri la necessità di attenzione. Questo gesto ha modificato il modo in cui le persone intorno a lei interagivano, riducendo la necessità di spiegazioni continue e creando uno spazio più riconoscibile per la sua autonomia.
Autorappresentazione come strumento
Creare contenuti personali è diventata una strategia per Vanessa: non insegna, racconta. Il suo format è un esercizio di autorappresentazione che mette al centro la quotidianità, l’identità e la scelta. L’obiettivo è far conoscere le vite delle persone con disabilità nella loro complessità, opponendosi a rappresentazioni riduttive che alternano pietismo e ipereroismo.
Pancake: oltre il ruolo operativo
Pancake non è un animale da compagnia: è un’estensione funzionale del corpo di Vanessa, un ponte verso autonomia e sicurezza.
Ma la relazione tra guida e guidata è anche emotiva: Vanessa parla di Pancake come di una presenza che calma, regola e accompagna, insegnando la fiducia e la capacità di stare nel mondo in modo diverso.
Prima di adottare Pancake, Vanessa ha affrontato paure molto pratiche, come quella di non essere una “buona madre” per un cane. Ha fatto ricerche, chiesto informazioni e cercato esempi: la scelta è stata responsabile e oggi il risultato è una cura reciproca che smentisce il pregiudizio secondo cui una persona cieca non possa prendersi cura di un animale.
Pregiudizi e sguardi sociali
Tra i pregiudizi più ricorrenti c’è la sorpresa che una persona cieca sappia gestire la quotidianità, accompagnata dall’offerta di aiuto non richiesta che spesso assume toni paternalistici. Vanessa sottolinea come queste reazioni riflettano una carenza informativa: l’aiuto dovrebbe nascere dalla reale necessità, non da una categoria di appartenenza.
Diritti negati e la necessità di informazione
Gli episodi di esclusione in supermercati, ristoranti, cinema e alberghi spesso hanno la stessa formula: «qui i cani non possono entrare». Anche spiegando che si tratta di un cane guida, la risposta non cambia. Vanessa racconta che in molte situazioni preferisce andar via per preservare la serenità, pur sapendo che la legge le darebbe ragione e che potrebbe usare mezzi legali per ottenere giustizia.
La sua analisi è netta: non vuole passare la vita a convincere gli altri dei propri diritti. La soluzione che propone è l’educazione pubblica e la diffusione di conoscenze sui diritti delle persone con disabilità e sul ruolo dei cani guida, affinché l’applicazione delle norme diventi pratica quotidiana e non eccezione.
Autonomia come scelta
Per Vanessa l’autonomia è innanzitutto la possibilità di scegliere: non si tratta solo di saper fare le cose, ma di decidere come vivere, con chi e dove. L’autonomia include la libertà di accettare o rifiutare aiuti esterni e di costruire una vita secondo desideri personali, non secondo la visione altrui di cosa debba essere una persona cieca.
Messaggi per chi sta perdendo la vista e per la società
Il consiglio di Vanessa a chi affronta la perdita della vista è chiaro: cercare contatti con chi ha già attraversato quel percorso, non affidarsi alle paure immaginate e non isolarsi negli stereotipi. Lei stessa riconosce che la cecità l’ha portata ad una maggiore profondità interiore e a una nuova capacità di conoscere se stessa, pur restando consapevole della fatica e del dolore attraversati.
Se c’è un punto da portare a casa, conclude Vanessa, è semplice: guardare le persone per la loro identità totale, non per una singola caratteristica. La disabilità può essere parte di una storia, ma non ne definisce tutta la dimensione umana.

