Labirinto di Luchè a Sanremo 2026: cosa racconta il brano

Analisi del brano Labirinto di Luchè a Sanremo 2026: metafore, autori e il filo emotivo che lega ricordi e identità

Luchè arriva per la prima volta all’Ariston con Labirinto, un brano che mescola rap e melodia per raccontare la fine di una storia e la difficoltà di lasciarsi i ricordi alle spalle. Scritto insieme a Davide Petrella, Stefano Tognini e Rosario Castagnola, il pezzo mette in scena stanze vuote, orgoglio, chiavi lasciate dall’altra persona: immagini semplici ma potenti che costruiscono un racconto intimo e riconoscibile.

La metafora che percorre il brano è netta: il labirinto non è solo uno spazio fisico, ma la mappa dei pensieri dopo una separazione.

I versi descrivono corridoi mentali, muri d’orgoglio, sentieri che si ripetono all’infinito; escono frammenti di memoria che non si riescono a ricomporre. Questa struttura simbolica amplifica l’impatto emotivo: chi ascolta si ritrova a vagare con il protagonista, a cercare uscite che sembrano allontanarsi ad ogni passo.

Il testo insiste su dettagli concreti — notti insonni, polvere sui mobili, una casa che sembra più grande senza l’altro — e trasforma questi elementi quotidiani in un dispositivo emotivo.

La supplica «non ti scordare di me» ricorre come un monito e una richiesta di tutela dei ricordi: è paura di perdersi e volontà di restare impressi nell’altro, anche quando la relazione è finita. La figura delle chiavi, poi, rimanda a dinamiche di potere emotivo: qualcuno tiene ancora in mano ciò che serve per ritrovare sé stessi.

Sul piano sonoro, Labirinto prosegue la traiettoria di Luchè, fondendo il suo timbro rap con aperture melodiche pensate per il palco dell’Ariston.

L’arrangiamento privilegia linee avvolgenti e inserti ritmici calibrati, così da sostenere il testo senza sovrastarlo. È una scelta che punta tanto all’immediatezza quanto alla durata: la melodia facilita l’immedesimazione, la parte rappata conserva la franchezza narrativa dell’artista.

Due temi tornano con forza: autenticità e vulnerabilità. Da una parte la ricerca di verità personale; dall’altra il peso del giudizio pubblico e il prezzo della notorietà. È proprio questo scontro a rendere Labirinto più che una canzone d’amore: è un ritratto che parla di identità messa alla prova.

E sul fronte commerciale, la coerenza tra forma e contenuto aumenta le possibilità di presa sul pubblico — dalle radio alle playlist — elemento che spesso determina la vita di un brano oltre la settimana del festival.

Il pubblico dell’Ariston è chiamato a trasformare una esperienza privata in racconto collettivo. Chi ha vissuto una separazione troverà nel pezzo parole e immagini familiari; chi ascolta per la prima volta potrà comunque riconoscere la tensione tra memoria e desiderio di libertà. Le reazioni immediate — streaming, condivisioni, passaggi radio — diranno quanto il messaggio è riuscito a farsi sentire oltre il palco.

Alcune frasi del ritornello condensano il tono del brano: la bellezza definita «bugia detta per non piangere» mette in luce il paradosso dei ricordi che consolano e feriscono insieme. Immagini come «casa vuota» o «nero asfalto» aggiungono colore a una malinconia misurata, mentre l’insistenza su «non ti scordare di me» rivela la persistenza di un legame che non si spezza con un atto legale, ma resta nella materia dei gesti e delle parole.

Labirinto si presenta quindi come un percorso emotivo ben costruito: una canzone che gioca con simboli semplici e con una scrittura capace di alternare concretezza e introspezione. Ora che Luchè l’ha portata all’Ariston, toccherà al pubblico decidere quanto quei corridoi avranno eco nelle settimane a venire. Charts e piattaforme digitali misureranno la portata del pezzo, ma è nella capacità di far sentire meno soli gli ascoltatori che si capirà il vero valore della canzone.

Scritto da Marco Santini