Il rapporto “Stavo solo scherzavo” di Save the Children mette in luce un problema spesso sottovalutato: la diffusione di dinamiche violente nelle relazioni tra adolescenti, spesso mascherate da scherzi o dimostrazioni d’affetto. Dalle carte emerse nell’inchiesta risulta che circa un adolescente su quattro riferisce di aver subito episodi di violenza in una relazione, mentre uno su tre racconta di essere stato geolocalizzato dal partner. Questi numeri fotografano una realtà che richiede risposte rapide e mirate, a partire dall’educazione e dalla prevenzione.
I documenti esaminati
Nei materiali analizzati compaiono dati statistici e testimonianze raccolte a livello nazionale. Emergono pratiche ricorrenti — controllo tramite strumenti digitali, derisione pubblica, manipolazione emotiva — che vengono spesso minimizzate o normalizzate. I verbali e i questionari mostrano anche una correlazione evidente: dove mancano percorsi formativi nelle scuole, i comportamenti coercitivi hanno maggior spazio per radicarsi.
Le dimensioni del problema
La violenza tra i giovani non assume una sola forma: si manifesta fisicamente, ma anche psicologicamente, digitalmente e attraverso comportamenti di controllo.
Il fatto che una persona su quattro abbia subito atteggiamenti lesivi indica che non si tratta di episodi isolati, ma di un fenomeno diffuso. L’uso della geolocalizzazione come strumento di controllo è uno degli aspetti più preoccupanti: limita la libertà personale e contribuisce a normalizzare pratiche invasive.
Forme silenziose della violenza
Molte relazioni abusive non lasciano segni visibili. Controlli continui sullo smartphone, richieste ossessive di sapere dove si è, isolamento dagli amici e ricatti affettivi sono modalità che danneggiano profondamente, pur non apparendo sempre come violenza evidente.
Spesso questi comportamenti vengono interpretati — da chi li subisce e dall’ambiente — come “attenzione” o premura, rendendo più difficile per le vittime riconoscere la situazione e cercare aiuto.
Perché si normalizza
La tendenza a considerare normali atteggiamenti possessivi nasce da fattori culturali e sociali intrecciati: stereotipi di genere, modelli relazionali appresi e una scarsa educazione affettiva. Anche la pervasività dei social media e delle app contribuisce: pratiche di sorveglianza digitale vengono spesso fraintese come segno d’interesse anziché come violazione della privacy e della libertà personale.
Il ruolo della cultura digitale
Le nuove tecnologie amplificano la portata dei comportamenti abusivi. Messaggi insistenti, condivisione non consensuale di contenuti e strumenti di geolocalizzazione permettono monitoraggi costanti. Per distinguere attenzione da controllo serve alfabetizzazione digitale: riconoscere quando un gesto è invadente e saper mettere confini sicuri nella vita online e offline.
Le proposte del rapporto
Save the Children chiede interventi strutturati e tempestivi. Tra le proposte principali ci sono percorsi educativi obbligatori su affettività e sessualità, da introdurre fin dai primi anni di scuola, e campagne di formazione rivolte a insegnanti e famiglie. L’iniziativa #Facciamoloinclasse mira a trasformare le scuole in spazi dove si impara a costruire relazioni rispettose e a riconoscere segnali di abuso.
Come tradurre le proposte in azione
Per essere efficaci, le misure devono tradursi in azioni concrete: linee guida condivise, contenuti curriculari calibrati per età, protocolli di segnalazione e servizi di assistenza facilmente accessibili. Sono necessari anche indicatori per valutare i risultati nel tempo. Il coinvolgimento di associazioni specializzate, psicologi e operatori sociali può rafforzare gli interventi; servizi di ascolto anonimi facilitano la denuncia e il supporto tempestivo.
Interventi pratici consigliati
Tra i moduli che andrebbero inseriti nei percorsi formativi ci sono: consenso, limiti personali, gestione dei conflitti e uso sicuro della tecnologia. Questi contenuti devono essere adattati alle diverse età e affiancati da percorsi di formazione per il personale scolastico. Un approccio integrato, sostenuto da enti locali e professionisti, può ridurre i tempi di intervento e aumentare la protezione per le vittime.
Prospettive e raccomandazioni
Il rapporto invita a una presa di responsabilità collettiva: solo un’azione coordinata tra scuole, istituzioni e famiglie può trasformare i dati allarmanti in percorsi di tutela e crescita. Interventi formativi obbligatori, servizi di supporto accessibili e linee guida operative sono passi concreti per prevenire la normalizzazione della violenza e aiutare i giovani a costruire relazioni più sane. Il prossimo passo atteso è la definizione e l’avvio di progetti pilota che mettano a terra queste proposte.

