Recitare: perché sempre più donne scelgono il teatro come spazio per ritrovarsi.

"Faccio tutt'altro nella vita, però..." È una frase che chi insegna recitazione sente spesso, quasi fosse un biglietto da visita obbligatorio.

A dirla sono persone con carriere solide, famiglie e agende piene. Persone che hanno rimandato qualcosa per anni e a un certo punto hanno smesso di rimandare.

Negli ultimi anni qualcosa si è spostato. Sempre più adulti tra i 35 e i 55 anni, professionisti, insegnanti, avvocati, medici, si iscrivono a corsi di recitazione non per diventare attori, ma per ritrovare una parte di sé che il lavoro e la routine hanno progressivamente silenziato. Non con un corso di yoga, già fatto. Non con la meditazione, già provata. Ma con qualcosa di più scomodo, più esposto, più vivo: la recitazione.

Non è una crisi. È un risveglio.

Accade spesso dopo una transizione: un cambio di lavoro, i figli che crescono, una relazione che finisce, o semplicemente la sensazione silenziosa che qualcosa manchi. Non manca niente di concreto, eppure manca qualcosa. Quella parte di sé che da adolescente si esprimeva, creava, rischiava e che poi la vita adulta ha progressivamente messo da parte.

Non è un caso che questo bisogno emerga con più forza dopo i trenta. Le neuroscienze confermano quello che molte donne sentono intuitivamente: il cervello adulto non smette di voler imparare e sorprendersi. Anzi, certi tipi di apprendimento, come quello che richiede presenza corporea, improvvisazione e ascolto degli altri, attivano reti neurali che la routine lavorativa tende a lasciare a riposo. Il teatro risveglia esattamente quelle reti.

C’è anche una componente psicologica importante. Molte donne adulte lottano con il peso del successo professionale, la sensazione che tutta la propria identità sia diventata sinonimo di ruolo, funzione, performance. Il teatro offre un’uscita laterale: uno spazio in cui quella persona brava, efficiente, responsabile può semplicemente non esserci per due ore.

Cosa si impara concretamente in un corso di recitazione

Le donne che si iscrivono ad un corso di recitazione per adulti raccontano quasi sempre la stessa sorpresa: non si aspettavano quanto fosse liberatorio. Il teatro ti rimette nel corpo, nella voce, nel respiro, nel modo in cui occupi lo spazio. Dopo anni passati a lavorare principalmente con la testa, riscoprire il corpo come strumento espressivo è spesso la parte più inaspettata e più preziosa.

Non si tratta di “imparare a recitare” nel senso convenzionale del termine. Un bravo insegnante di recitazione lo dice subito: la cosa peggiore che puoi fare in un corso è cercare di recitare. Il teatro insegna l’autenticità, non la performance. Un corso di recitazione, come quello che Il Melograno propone a Roma da oltre vent’anni, lavora su competenze molto più fondamentali: Impara ad ascoltare, l’altro, te stessa, il momento, invece di controllare ogni cosa come si fa nel resto della giornata.

C’è poi la dimensione del gruppo. I corsi per adulti mescolano età, professioni, background diversissimi. Accanto a te potrebbe esserci una commercialista, un’architetta, un’insegnante di matematica, una psicoterapeuta. Si crea una comunità anomala e preziosa, persone che non si sarebbero mai incontrate altrove, unite da una scelta coraggiosa e un po’ folle. Molte descrivono queste due ore settimanali come il momento della settimana che aspettano con più voglia.

Dal burnout alla scena: un percorso sempre più comune

Non è una coincidenza che il fenomeno si sia accelerato negli ultimi anni. Dopo la pandemia, qualcosa si è spostato nelle priorità di molte donne. Il “lo farò quando avrò tempo” ha ceduto il posto a una domanda più urgente: se non ora, quando? Questo vale per i viaggi, per i cambi di carriera, ma vale soprattutto per le scelte creative che si erano tenute in sospeso.

Studi recenti confermano che le donne sperimentano il burnout in modo diverso rispetto agli uomini, più spesso silenzioso, più difficile da nominare, più legato all’erosione dell’identità che all’esaurimento fisico. Come segnala anche una tendenza che emerge sempre più chiaramente nella cultura contemporanea, le donne stanno ridefinendo cosa significa per loro stare bene e includono in questa ridefinizione spazi creativi che fino a poco fa sembravano “lussi”.

Il corso di recitazione non è una terapia. Non si propone di curare niente. Ma ha effetti collaterali positivi ben documentati: riduce l’ansia sociale, migliora la capacità di ascolto, allena la presenza (quella vera, non quella performativa). Molte donne che iniziano per curiosità finiscono per scoprire che quelle due ore settimanali cambiano il modo in cui abitano il resto della loro vita.

Il permesso che nessuno ti dà

La cosa più profonda che il teatro offre alle donne adulte non è una tecnica né una competenza. È un permesso. Il permesso di occupare spazio, sia fisico che emotivo e narrativo. Il permesso di essere imperfette in pubblico. Il permesso di esistere in modo creativo senza che questo debba servire a qualcosa, giustificarsi con un risultato, tradursi in un guadagno o in un progetto.

Questo permesso è più difficile da ottenere di quanto sembri. Le donne adulte, in particolare, sono cresciute in una cultura che chiede loro di giustificare ogni scelta fuori dalla norma. Fare un corso di recitazione “pur facendo tutt’altro nella vita” richiede di staccarsi da quel sistema di giustificazione. È un atto piccolo ma radicale.

Una buona scuola di recitazione, come Il Melograno a Roma dal 2003, offre esattamente questo tipo di ambiente: nessun prerequisito, gruppi piccoli, un clima in cui l’autenticità conta più della performance. Non si fa teatro perché si vuole diventare attrici. Si fa teatro perché si vuole smettere, per qualche ora, di recitare.

Perché vale la pena provare

Se stai pensando di iscriverti a un corso di recitazione e hai ancora qualche esitazione (“non ho mai recitato”, “ho troppo poco tempo”, “non so se fa per me”) considera che queste sono esattamente le cose che dicono tutte le persone prima di iniziare. E che quasi nessuna, dopo la prima lezione, le ripete.

Perché il teatro non chiede di essere pronti. Chiede solo di essere presenti. E questo, alla fine, è qualcosa che tutte sappiamo fare.
Anche se l’abbiamo dimenticato.