generazione in crisi o opportunità sprecata

So che non è popolare dirlo, ma la generazione di oggi è sia colpevole che vittima. Un'analisi spietata e ingredienti per cambiare rotta.

Diciamoci la verità: parlare della «generazione in crisi» è diventata una forma d’arte retorica. Si alternano titoli catastrofici, analisi consolatorie e luoghi comuni che servono più a rincuorare i lettori che a offrire soluzioni. So che non è popolare dirlo, ma la realtà è meno politically correct: molte responsabilità di questa crisi sono strutturali, non individuali. Il re è nudo, e ve lo dico io: senza cambiare politiche, istituzioni e mentalità, rischiamo di sprecare una risorsa che invece potrebbe essere motore di innovazione e crescita.

In questo pezzo smonto il luogo comune, porto dati scomodi e provo a tracciare strade concrete per trasformare il problema in opportunità.

provocazione: smontare il mito della generazione perduta

Il luogo comune è bello perché semplifica: la generazione X, i millennials, la generazione Z — tutte bollate come “perse”, apatiche o viziati. La generazione in crisi è una narrazione comoda per chi non vuole rimettere in discussione lo status quo. Diciamoci la verità: imputare ai giovani la colpa della disoccupazione, della precarietà e della crisi dei consumi è una scorciatoia intellettuale che evita responsabilità politiche e manageriali.

So che non è popolare dirlo, ma la storia economica e sociale mostra che generazioni definite “in crisi” spesso sono state ridefinite da cambiamenti istituzionali e tecnologici che non hanno trovato risposte adeguate. I giovani non vivono in un vuoto: ereditano mercati del lavoro regolati male, sistemi di welfare sottodimensionati e un’istruzione che fatica a collegarsi alle competenze richieste. Il re è nudo quando si proclama la colpa individuale senza guardare alle strutture.

Non si tratta di sminuire difficoltà reali. La precarietà è vera, i salari stagnanti pure e il costo della vita nelle grandi città è insostenibile per molti. Ma il ritratto completo richiede che si evidenzino anche le opportunità: accesso globale alla conoscenza, capacità di adattamento digitale, creatività imprenditoriale emergente. Questi fattori sono spesso sottovalutati nei racconti mainstream che prediligono lo choc emotivo all’analisi razionale.

In concreto, colpevolizzare la generazione è una scorciatoia morale.

Serve invece un cambio di prospettiva: riconoscere la responsabilità delle istituzioni, misurare i gap di competenze e infrastrutture e smettere di raccontare la crisi come destino ineluttabile. Se vogliamo evitare che questa sia un’opportunità sprecata, dobbiamo smettere di parlare solo di drammi e iniziare a costruire percorsi pratici che permettano a giovani di contribuire davvero alla crescita.

fatti e statistiche scomode

La realtà è meno politically correct: i numeri non negano le difficoltà, ma smascherano le narrazioni semplicistiche. Per esempio, è utile separare tassi di disoccupazione generale da *underemployment* e qualità del lavoro. Molti giovani lavorano, ma in posizioni che non valorizzano competenze avanzate, con contratti a termine o part-time involontario. Questo è un fenomeno strutturale, non un fallimento individuale.

In più, l’accesso all’istruzione superiore è aumentato in molte nazioni, ma l’allineamento tra offerta formativa e fabbisogno produttivo resta deficitario. Università e istituti tecnici producono laureati con conoscenze teoriche spesso lontane dalle skill richieste dalle imprese. La conseguenza è duplice: salari iniziali compressi e frustrazione professionale. È comodo dire che i giovani “preferiscono” lavori flessibili; meno comodo è ammettere che il mercato del lavoro non offre alternative dignitose.

Parliamo poi di mobilità sociale: le barriere all’accesso alle risorse — case, credito, reti professionali — sono cresciute. Quando una generazione non riesce a scalare la piramide sociale, il problema non è mancanza di volontà ma mancanza di meccanismi efficaci di redistribuzione delle opportunità. La generazione in crisi spesso paga prezzi più alti per servizi che una volta erano più accessibili: abitazione, istruzione post-secondaria, avvio di impresa.

Infine, la dimensione geografica conta: le aree metropolitane offrono mercati del lavoro dinamici ma costi elevati; il resto del paese soffre per desertificazione produttiva e scarse infrastrutture digitali. Soluzioni che funzionano in città possono essere inapplicabili altrove. Ignorare queste disuguaglianze geografiche significa avallare politiche che accumulano tensioni socio-economiche. Se vogliamo discutere sul serio di opportunità sprecata, dobbiamo misurare questi divari e progettare interventi mirati, non slogan facili.

analisi controcorrente e proposte pratiche

Il re è nudo, e ve lo dico io: le soluzioni non passeranno da appelli emotivi ma da interventi politici, formativi e aziendali coordinati. So che non è popolare dirlo, ma serve maggiore onestà su che cosa funzionerà davvero: non è sufficiente aumentare i sussidi o lanciare programmi a spot. Serve ripensare l’intero ciclo che va dall’istruzione al lavoro.

Prima proposta: sinergia tra sistemi formativi e imprese. Non intendo semplici stage estivi, ma contratti di formazione che prevedano apprendistati tecnici qualificanti e percorsi modulari riconosciuti. Competenze tecniche e trasferibili devono essere certificate in modo interoperabile tra istituti e aziende. Questo riduce il mismatch e accelera l’ingresso in ruoli di valore.

Seconda proposta: mercato del lavoro più flessibile ma con tutele. Sì alla flessibilità, ma accompagnata da strumenti di sicurezza come assicurazioni di transizione, sussidi mirati alla riqualificazione e accesso facilitato al credito per startup giovanili. È inutile demonizzare il lavoro atipico se non si danno garanzie che trasformino queste posizioni in tappe di una carriera e non in trappole permanenti.

Terza proposta: politiche abitative e infrastrutture digitali. Se vogliamo incentivare mobilità e crescere la produttività, bisogna rendere accessibile la casa e connettere territori. Il re è nudo quando governi e amministrazioni locali ignorano che la qualità delle infrastrutture impatta direttamente sulle scelte professionali dei giovani.

Infine, cultura dell’errore e incentives per imprenditorialità reale. Troppe politiche finanziano l’idea di startup come evento, non come processo. Serve sostegno a incubatori che formino sul management, sulla sostenibilità finanziaria e sul mercato, non solo sul pitch. L’educazione finanziaria e la capacità di gestire un’impresa sono competenze che vanno insegnate con rigore.

So che non è popolare dirlo, ma senza queste scelte strategiche rischiamo davvero di trasformare un potenziale in un’opportunità sprecata. Il punto non è dire ai giovani di adeguarsi; è chiedere alle istituzioni e alle imprese di fare la loro parte, mettendo sui tavoli strumenti concreti e misurabili.

conclusione che disturba e invito al pensiero critico

Il re è nudo: la narrazione della generazione perduta è utile per molti, per vendere titoli e per evitare responsabilità. Ma non è utile ai giovani né all’economia. Diciamoci la verità: la crisi esiste, ma è costruita anche da scelte politiche e culturali che possono essere cambiate. Se continuiamo a raccontare la disperazione come destino, finirà per diventarlo davvero.

La conclusione è scomoda: non aspettatevi salvezza da soluzioni simboliche. Lavoro di qualità, sistemi formativi adeguati, infrastrutture e politiche abitative efficaci richiedono investimenti e coraggio politico. Ma sono percorribili. Se vogliamo che la generazione non sia un costo sociale ma una risorsa, dobbiamo pretendere responsabilità e smettere di raccontarci favole consolatorie.

Invito al pensiero critico: non accettate l’etichetta di “generazione in crisi” come destino immutabile. Esaminate le politiche locali, chiedete trasparenza sui risultati e sostenete proposte che legano formazione, lavoro e infrastrutture. Solo così eviteremo che una grande opportunità venga sprecata per pigrizia politica e narrazioni comode.

Scritto da Max Torriani