La discussione sul congedo parentale paritario ha acceso un dibattito che unisce politiche sociali, conti pubblici e cambiamenti culturali nelle famiglie italiane. Il testo sostenuto dalle opposizioni prevedeva di riconoscere a ciascun genitore cinque mesi di permesso retribuito al 100%, con l’obiettivo di ridistribuire in modo stabile il lavoro di cura. L’esito parlamentare, tuttavia, ha interrotto il percorso legislativo prima che il merito potesse essere affrontato in aula: una scelta motivata dalla richiesta della Ragioneria di Stato di chiarire le coperture finanziarie.
La bocciatura e i numeri sul tavolo
Il voto decisivo si è svolto il 24 febbraio, quando la Commissione Bilancio della Camera ha espresso un parere negativo sul provvedimento, sostenendo l’assenza di coperture idonee. La proposta era stata quantificata dalla stessa Ragioneria in una spesa stimata di circa 3,7 miliardi nel 2026, con una progressione fino a raggiungere circa 4,5 miliardi annui a partire dal 2035. Le opposizioni hanno chiesto di rinviare il voto per trovare soluzioni alternative di finanziamento, ma la maggioranza ha accolto la richiesta di soppressione avanzata dalla commissione.
Sul piano politico, la prima firmataria, Elly Schlein, ha chiesto un ripensamento alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, senza ottenere risposta.
Perché la copertura è stata ritenuta insufficiente
Secondo la Ragioneria di Stato il testo non indicava modalità chiare per reperire le risorse necessarie, lasciando un buco nella programmazione finanziaria. In pratica, l’analisi tecnica ha sottolineato che la spesa aggiuntiva non era corredata da meccanismi compensativi o da stanziamenti dedicati nel breve periodo, rendendo difficile l’accoglimento della proposta in un contesto di vincoli di bilancio.
Le opposizioni hanno sostenuto che investire sulla condivisione dei carichi familiari avrebbe ricadute positive sul mercato del lavoro e sul Pil, ma la discussione si è fermata prima di verificare queste argomentazioni nella sede parlamentare.
Cosa prevedeva la riforma e come si confronta con il sistema attuale
La proposta mirava a trasformare il quadro esistente: ogni genitore avrebbe avuto diritto a cinque mesi di congedo obbligatorio retribuito al 100% dello stipendio e non trasferibile, da usare entro i primi 18 mesi di vita del figlio.
Oggi il sistema italiano prevede un congedo di maternità totale di cinque mesi pagato generalmente all’80% (spesso integrato ai contratti collettivi), un congedo di paternità di soli dieci giorni retribuiti al 100% e un congedo parentale facoltativo fino a 10-11 mesi complessivi con indennità variabile tra il 30% e l’80%.
Destinatari e misure aggiuntive nella proposta
Un punto importante della riforma era l’estensione del beneficio anche ai lavoratori autonomi e alle libere professioniste, categorie spesso escluse dalle misure più generose. La norma avrebbe reso non trasferibili i mesi assegnati a ciascun genitore, per evitare che la cura ricadesse sempre sulla madre. In questo modo si voleva incentivare un modello di genitorialità condivisa e riconoscere formalmente la responsabilità genitoriale come un elemento di diritto universale, indipendente dalla forma contrattuale.
Confronto europeo e conseguenze sul lavoro femminile
Il rifiuto del provvedimento lascia l’Italia in ritardo rispetto ad altri Paesi europei che hanno sperimentato politiche più ambiziose. In Spagna entrambi i genitori godono di quattro mesi retribuiti al 100%, mentre in Francia il congedo di paternità è stato esteso a 28 giorni. Nei Paesi nordici il modello del dual earner–dual carer è consolidato: la Svezia, ad esempio, offre complessivamente 480 giorni di congedo parentale, con quote non trasferibili per ogni genitore e una combinazione di indennità percentuali e fisse. Queste soluzioni includono servizi per l’infanzia che rendono efficace la combinazione lavoro-famiglia.
Le evidenze indicano che congedi più equilibrati favoriscono la partecipazione femminile al lavoro: il Rendiconto di genere INPS 2026 rileva che nel 2026 il tasso di occupazione femminile era del 53,3% contro il 71,1% degli uomini. Economisti come Tito Boeri sottolineano che estendere il congedo di paternità obbligatorio contribuisce a ridurre i pregiudizi nella selezione del personale e a mitigare il costo professionale della maternità.
Infine, esperienze pratiche — dalla Danimarca, che dopo la riforma del 2026 ha visto crescere le settimane medie di congedo utilizzate dai padri, fino ai movimenti come The Dad Shift nel Regno Unito — dimostrano che politiche mirate possono produrre cambiamenti culturali concreti. La bocciatura del provvedimento rappresenta dunque non solo una scelta di bilancio ma una perdita di opportunità per accelerare un cambiamento sociale che favorirebbe famiglie, donne e imprese.

