Second hand, filiere e lavoro: il futuro del lusso in discussione

Il mercato dei beni di lusso continua a espandersi, ma l'affermazione del second-hand e le indagini sulle filiere e sul lavoro costringono brand e istituzioni a ripensare modelli e responsabilità

Il mondo del lusso è in fermento: case di moda, rivenditori e operatori della filiera si trovano a gestire una crescita sostenuta dei volumi mentre aumentano le pressioni su trasparenza, lavoro e responsabilità sociale. A spingere il cambiamento sono consumatori più esigenti e nuove normative, con effetti che si vedono già oggi, in Italia e a livello globale.

Un mercato che cambia
Il settore continua a crescere dal punto di vista economico, ma il racconto non è più solo quello della bellezza e del branding.

La sostenibilità e la trasparenza sono diventate richieste concrete: cittadini e clienti vogliono sapere da dove arrivano i prodotti, chi li ha realizzati e in quali condizioni. Parallelamente, il mercato del second-hand — il resale — si sta trasformando da nicchia a fenomeno mainstream: oggi vale cifre prossime ai 40 miliardi di dollari e gli analisti ipotizzano un raddoppio nel prossimo decennio. Dietro questo boom c’è una domanda che premia durata, autenticità e storie dei capi più che la semplice novità.

Resale e vintage: più che una moda
L’usato di alta gamma non è più solo una scelta economica: è una nuova grammatica del desiderio. Consumatori e collezionisti cercano pezzi con storia e tracciabilità, mentre piattaforme digitali e boutique specializzate capitalizzano su autenticazione, restauro e narrazione. Il vintage, infatti, è diventato un vero motore culturale: gli articoli d’archivio raccontano un patrimonio di memoria e qualità, e la loro circolazione prolunga il ciclo di vita dei prodotti riducendo l’impatto ambientale complessivo.

Per le maison questo significa ripensare assortimento, prezzi e servizi post-vendita, integrando il canale secondario nelle strategie commerciali.

Filiere sotto controllo
Allo stesso tempo emergono luci e ombre nelle catene produttive. Le indagini giudiziarie e i controlli ispettivi hanno portato alla luce condizioni di lavoro inaccettabili in alcune filiere tessili: lavoratori non dichiarati, subappalti opachi e turni estenuanti. Un caso emblematico ha coinvolto una storica azienda di cashmere, finita sotto amministrazione giudiziaria dopo la scoperta di dipendenti non registrati all’interno di una rete di subfornitori.

Questi episodi evidenziano la distanza tra le dichiarazioni pubbliche di tracciabilità e sostenibilità e la realtà operativa: report indipendenti spesso mostrano discrepanze significative su dati sociali e climatici.

Diritti e piattaforme: la questione dei rider
Anche il mondo del delivery è al centro del dibattito. In Italia le indagini su modelli organizzativi di alcune piattaforme — come il controllo giudiziario su Foodinho collegato all’inchiesta su Glovo — hanno posto l’attenzione sugli algoritmi che assegnano incarichi e determinano i compensi. Le autorità vogliono verificare se questi sistemi garantiscano un reddito compatibile con i contratti collettivi e con le garanzie costituzionali, e se non finiscano per creare nuove forme di subordinazione. Le cifre citate parlano di decine di migliaia di rider, spesso con guadagni incerti e situazioni contrattuali irregolari. Le verifiche potrebbero tradursi in prescrizioni tecniche sugli algoritmi o in aggiustamenti contrattuali.

Cosa cambia per le imprese
Per le aziende coinvolte le conseguenze non sono solo legali: ci sono costi reputazionali, rivisitazioni contrattuali e la necessità di riorganizzare processi e logistica. Il settore dovrà adottare sistemi di tracciabilità più stringenti, investire in controlli indipendenti e rendere verificabili le proprie dichiarazioni. La circolarità, l’autenticazione e la trasparenza non sono più buzzy word da comunicato stampa: sono elementi pratici che influenzano vendite, fidelizzazione e valore percepito.

Verso un nuovo equilibrio tra eccellenza e responsabilità
Il vero nodo è dimostrare che l’eccellenza commerciale può coesistere con pratiche sociali corrette e impatti ambientali contenuti. Occorrono standard verificabili, controlli rigorosi e responsabilità condivise lungo tutta la catena produttiva: dalla materia prima al servizio post-vendita. Le istituzioni continueranno a intensificare i controlli, ma anche le imprese più attente dovranno trasformare impegni e investimenti in cambiamenti strutturali. Solo così il lusso potrà riconquistare credibilità, non a parole ma con fatti dimostrabili.

In breve: il settore è davanti a una scelta obbligata. Adattarsi significa ripensare modelli di business, puntare su trasparenza e qualità durevole, e assicurare che l’innovazione tecnologica non pregiudichi i diritti di chi lavora. Gli sviluppi normativi e le verifiche in corso diranno quanto profondo sarà questo cambiamento.

Scritto da Elena Rossi