Il 22 ottobre 2026 la storica Michela Ponzani è intervenuta in Otto e mezzo, la trasmissione di approfondimento politico condotta da Lilli Gruber su La7. Durante il dibattito ha citato la morte dell’agente Antonio Marino, avvenuta nel 1973, insinuando un legame diretto tra quel tragico episodio e il futuro presidente del Senato, Ignazio La Russa.
Le parole di Ponzani, pur non essendo state trascritte fedelmente, hanno suscitato una reazione immediata. Entro quarantotto ore, tra il 24 e il 25 ottobre, il presidente del Senato ha affidato ai propri legali il compito di presentare una querela per lesioni all’onore. La decisione è passata per la volontà di “difendere la propria reputazione” di fronte a un’affermazione giudicata lesiva.
Le dichiarazioni televisive e la risposta istituzionale
Nel corso dell’intervento, Ponzani ha ipotizzato che, se nel 1973 fosse stato approvato un “decreto sicurezza” simile a quello in discussione oggi, il presente presidente del Senato non sarebbe stato eletto. Ha inoltre ricordato che La Russa, all’epoca giovane attivista, avrebbe guidato una manifestazione non autorizzata del FUAN (Fronte Universitario d’Azione Nazionale), durante la quale è stata lanciata una bomba a mano che ha ucciso l’agente Antonio Marino, allora ventidueenne.
Il portavoce di La Russa, Emiliano Arrigo, ha sottolineato che il presidente “può vantare un certificato penale intonso” e ha precisato che è documentato l’assenza di qualsiasi sua responsabilità nella vicenda. Ha inoltre annunciato che, oltre a quest’intervento, saranno monitorate altre affermazioni che possano associare il nome del presidente alla tragica morte dell’agente.
Il caso dell’agente Antonio Marino: contesto storico e giudiziario
L’incidente del 12 aprile 1973 – spesso definito “giovedì nero di Milano” – si inserisce negli anni di piombo, periodo di violenza politica e scontri di piazza. Durante un corteo della cosiddetta “maggioranza silenziosa”, due bombe a mano sono state lanciate; una di esse ha colpito l’agente Marino, provocandone la morte. I responsabili materiali, Vittorio Loi e Maurizio Murelli, sono stati condannati per omicidio e strage, mentre La Russa, allora giovane esponente del Fronte della Gioventù, è stato prosciolto da ogni imputazione.
La memoria di quell’evento rimane viva nella politica italiana, poiché le ricostruzioni storiche tendono a riattivare ferite ancora aperte. L’accusa di diffamazione avanzata da La Russa si basa sul fatto che le parole di Ponzani potrebbero alimentare l’opinione pubblica di una sua responsabilità non dimostrata.
Procedimento giudiziario e difesa della ricerca storica
Nel diritto italiano, la querela è lo strumento con cui la parte offesa richiede l’avvio di un procedimento penale per reati perseguibili a querela della persona, tra cui la diffamazione. La magistratura dovrà valutare se le affermazioni di Ponzani configurino un vero danno all’onore del presidente o se ricadano nella legittima critica storica tutelata dalla libertà di espressione.
Michela Ponzani potrà difendersi facendo leva sul diritto alla ricerca e alla libertà di espressione, argomentando che le sue considerazioni erano inserite in un’analisi storica degli eventi del 1973 e non costituivano una accusa penale. La giurisprudenza italiana ha più volte riconosciuto la legittimità della critica storica quando non accompagnata da falsità comprovate.
Il caso, ancora in fase preliminare, si sviluppa in un contesto dove la memoria collettiva e la responsabilità istituzionale si incrociano. L’esito della querela potrà avere ripercussioni su come i ricercatori e i commentatori politici si riferiscono a fatti delicati del passato, delineando i limiti tra libertà accademica e tutela dell’onore personale.



