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19 Ottobre 2026

Scoppio di violenza a Milano: chi è responsabile del clima di odio

Le risse in via Torino rivelano un clima di odio alimentato da retorica violenta; scopri chi ne è responsabile e come intervenire.

Scoppio di violenza a Milano: chi è responsabile del clima di odio

Negli ultimi giorni la zona di via Torino, nel cuore di Milano, è diventata il palcoscenico di scontri violenti che hanno lasciato negozi incassati, vetrine distrutte e una cittadinanza spaventata. Le forze dell’ordine sono intervenute per disperdere la folla, ma il danno materiale e il senso di insicurezza sono rimasti evidenti. L’episodio ha riacceso il dibattito su chi, nella società e nella politica, alimenti una cultura della violenza così da tradursi in azioni concrete nelle strade.

Le violenze di via Torino: fatti e danni concreti

Intorno alle ore 18:00, gruppi di manifestanti hanno invaso le sedi commerciali di via Torino, sfondando le vetrine di una libreria indipendente, di una boutique di moda e di un negozio di articoli sportivi. Alcune derrate sono state appannate da incendi improvvisi, mentre altri commercianti hanno dovuto chiudere temporaneamente per timore di ulteriori attacchi. La polizia municipale ha registrato più di venti feriti, la maggior parte dei quali con lievi contusioni, e ha avviato una serie di investigazioni per identificare i responsabili.

Il dibattito sui “cattivi maestri” e la sinistra

Il fenomeno è stato subito inserito in un più ampio discorso politico, definito da alcuni osservatori come il “fascismo degli antifascisti” citato da Pasolini e riproposto da vari intellettuali. Alcuni credono che le accuse di «cattivi maestri» siano rivolte soprattutto alla sinistra, in quanto troppo incline a dipingere le istituzioni come oppressori e a delegittimare l’autorità dello Stato. Tuttavia, la retorica di sinistra non è l’unico elemento che alimenta la tensione; il clima di polemica si è infatti intensificato per tutta la gamma politica.

L’eredità di Pasolini e le critiche di Recalcati

Il pensiero di Pasolini, formulato negli anni ’70, è stato richiamato per descrivere una situazione in cui i giovani, spinti da un’ideologia che li vede “fuori” dal sistema, sfogano la loro frustrazione in forma violenta. Il filosofo contemporaneo Recalcati ha sostenuto che la distinzione tra manifestanti pacifici e distruttivi è artificiale e che la vera causa risiede in una cultura dell’impotenza istituzionalizzata. Queste osservazioni, pur critiche, non tengono conto dei messaggi provenienti da più ampie piattaforme mediatiche e politiche.

L’influenza dei discorsi violenti dei leader

Il linguaggio dei leader politici – sia di destra che di sinistra – ha dimostrato una capacità di normalizzare la violenza. Esempi recenti includono le parole di un ex presidente americano che ha incitato i suoi sostenitori a “combattere come se la vita dipendesse da loro”, il discorso di un ex presidente brasiliano che prometteva un “bagno di sangue” in caso di sconfitta elettorale, e le minacce di un leader sudamericano che ha brandito una motosega come simbolo di cambiamento. Questi messaggi, trasmessi in televisione e sui social, costituiscono un modello di comportamento che i giovani interiorizzano, specialmente quando le loro richieste – di lavoro, di istruzione dignitosa, di politiche climatiche – vengono sistematicamente ignorate.

Esempi internazionali e il loro impatto in Italia

Le parole di figure come Donald Trump, Jair Bolsonaro, Javier Milei e Matteo Salvini hanno creato una grammatica della violenza che si diffonde rapidamente attraverso i media. Quando un capo di Stato o un alto funzionario parla di “sopprimere i nemici” o di “difendere i confini con il sangue”, tale retorica si traduce in una legittimazione tacita dell’uso della forza. In Italia, la proliferazione di bandiere nazionali e di slogan aggressivi durante le manifestazioni dimostra quanto questi modelli possano influenzare direttamente la condotta dei partecipanti.

Alla luce di questi fattori, è evidente che la responsabilità non può essere attribuita esclusivamente a un singolo schieramento politico. È necessario un riesame critico del discorso pubblico della capacità dei media di amplificare messaggi estremisti e dell’insoddisfazione giovanile che, quando non ascoltata, trova espressione nella distruzione di beni altrui. Solo con un approccio integrato – che includa una comunicazione più responsabile da parte dei leader, politiche concrete a sostegno dei giovani e un’applicazione rigorosa delle leggi contro i danni – si potrà ridurre il rischio che le parole violente diventino azioni concrete nelle strade di Milano e di tutta l’Italia.

Autore

Matteo Pellegrino

Matteo Pellegrino ha organizzato una sfilata pop-up nei vicoli del Quartieri Spagnoli per promuovere giovani designer; è editorialista moda che cura rubriche su artigianato e tendenze locali. Nato a Napoli, conserva bozze di pattern e appunti presi nelle sartorie di via Toledo.