Post Performance Depression: il male che ha colpito Avicii

AVICII soffriva di depressione, quello stesso male oscuro che ha costretto diversi DJ al ritiro dalle scene e che ha condotto Tim alla morte.

La morte di AVICII non è stata accidentale, non è sospetta e oggi si può con onestà parlare di suicidio. Dopo le dichiarazioni pubbliche rilasciate dalla famiglia dell’artista – in cui comunque non si è mai fatto esplicitamente riferimento al fatto che AVICII si sia tolto la vita – molti hanno cominciato a interrogarsi su quali siano state le cause alle spalle di un gesto apparentemente immotivato.

La risposta è tutta in una sigla: PPD, ovvero la depressione post performance che non ha colpito soltanto il DJ svedese, ma molti altri grandi prima di lui.

Post Performance Depression

AVICII si era ritirato dalle scene nel 2016, cessando completamente l’attività dal vivo e dedicandosi esclusivamente alla composizione di nuovi brani. Le motivazioni alle spalle del ritiro sembravano principalmente cliniche, dal momento che l’abuso di alcool insieme all’eccesso di stress avevano compromesso seriamente la salute del DJ, costretto a sottomettersi a diverse operazioni prima di recuperare uno stato di salute accettabile.

La domanda a cui si è tentato di dare una risposta in questi giorni è più profonda e cerca di trovare motivazioni all’abuso di alcool e probabilmente di droghe da parte non soltanto di AVICII, ma anche di tutti i grandi nomi della musica elettronica, molti dei quali esattamente come Tim Bergling a un certo punto della loro carriera si sono ritirati.

La Depressione Post Performance è la sindrome che colpisce tutti gli artisti che vengono investiti da un’ondata di adrenalina data dal contatto con centinaia di migliaia di persone pronte ad osannarli.

Nel momento in cui la performance termina e l’artista si ritrova da solo cominciano una serie di sintomi che sono preludio alla depressione e che possono aggravarsi sensibilmente a causa di stress ulteriore.

Il ritiro dalle scene

Ad AVICII è successo esattamente questo: i ritmi frenetici da cui era scandita la sua vita quando era in tour, le emozioni fortissime, la mancanza di sonno e la pressione artistica a cui era sottoposto continuamente lo hanno condotto a sonnolenza, apatia, spossatezza, attacchi d’ansia e altri disturbi che possono essere inquadrati nella Post Performance Depression. Come molti prima di lui (pensiamo a Moby, autore del disco di musica elettronica più venduto di tutti i tempi), Tim Bergling decise di sospendere i tour per cercare un nuovo equilibrio interiore. Scoprire che come lui moltissimi altri DJ soffrono alla stessa maniera e combattono gli stessi fantasmi pur essendo all’apparenza all’apice della realizzazione artistica e personale, non lo ha aiutato.

Il problema è che, esattamente come succede a un individuo dipendente da sostanze stupefacenti, cessare il contatto con il grande pubblico ha paradossalmente peggiorato l’umore di Tim che, se da una parte si sentiva sollevato dal non essere più costantemente sotto ai riflettori, dall’altra non poteva più contare sull’energia che ogni artista trae dalle sue esibizioni.

La musica elettronica e i suoi demoni

David Guetta, DJ di fama mondiale, ha vissuto per ben due anni facendo ogni settimana la spola tra Ibiza e Las Vegas, dormendo pochissimo e sottoponendosi a uno stressi fisico e psicologico altissimo. Alla stessa maniera Steve Aoki ha condotto per anni e ancora conduce una vita completamente sregolata e ha raggiunto il poco invidiabile record di essere l’artista di musica elettronica che ha viaggiato più di chiunque altro al mondo per tenere i propri concerti.

A fronte di questo impegno eccezionale, dei sacrifici emotivi e fisici a cui si sottopone ogni DJ, sembra che la loro musica non riesca a elevarsi a racconto artistico, sembra che non riesca a compiere quel percorso di narrazione ed espressione che eleva molti altri performer alle vette della loro disciplina. Sembra che i DJ abbiano diritto soltanto a una serie di numeri.

Scritto da Olga Luce
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