Il tribunale di Milano ha disposto, in via d’urgenza, il controllo giudiziario su due aziende note nel panorama della moda italiana: Dama Spa — titolare del marchio Paul&Shark — e Alberto Aspesi & C. Spa. La misura, eseguita anche dalla Guardia di Finanza, scaturisce da un’indagine della Procura milanese per il presunto reato di caporalato e coinvolge persone fisiche e le società ai sensi della legge 231 sulla responsabilità amministrativa degli enti.
Secondo gli inquirenti, le irregolarità non sarebbero circoscritte a un singolo anello della filiera: dagli accertamenti emerge una ripetuta esternalizzazione della produzione verso opifici dove sarebbero stati impiegati lavoratori in condizioni di forte vulnerabilità. Tra i nomi citati figura anche Andrea Dini, amministratore delegato di Dama e cognato del presidente della Regione Lombardia, oltre a dirigenti e titolari delle società del fornitore coinvolto.
La misura e i soggetti interessati
Il controllo giudiziario è uno strumento che prevede la nomina di un amministratore giudiziario per affiancare i vertici aziendali e limitare il rischio che l’attività illecita prosegua senza interrompere l’impresa.
Nel caso in esame, il provvedimento è stato motivato da elementi raccolti durante verifiche e perquisizioni che hanno riguardato sia le società committenti sia il capannone produttivo ritenuto centrale nell’inchiesta. Tra le società menzionate come fornitori figura la G Max 365 srl, subentrata nella gestione di un opificio già oggetto di controlli precedenti, con annessi sospetti circa la continuità di pratiche illecite.
I principali indagati e il ruolo delle aziende
Oltre alle società, risultano indagate persone fisiche, tra cui amministratori di Dama e Alberto Aspesi, e responsabili legati all’opificio produttivo. Le aziende interessate hanno un peso significativo sul mercato: Dama viene indicata con un fatturato intorno ai 120 milioni (in altre fonti riportato a quota 107 milioni) e circa 309 dipendenti, mentre Alberto Aspesi rappresenta un marchio consolidato nella produzione di piumini e abbigliamento. La Procura imputa una mancata verifica adeguata dei fornitori e una carenza nei modelli organizzativi e nei controlli interni.
Elementi emersi dalle ispezioni
Le verifiche condotte nei luoghi di produzione hanno portato alla luce una serie di elementi che, secondo gli inquirenti, delineano uno schema sistematico di sfruttamento. Tra le evidenze raccolte ci sono condizioni abitative degradanti, lavoratori senza permesso di soggiorno, orari estesi e retribuzioni ritenute non conformi ai minimi contrattuali. I militari avrebbero anche repertato un quaderno manoscritto contenente numeri di riferimento e istruzioni operative relative alle commesse, elemento considerato dagli investigatori indicativo di collegamenti diretti tra committenti e fornitore.
Prove materiali e strumenti di indagine
Le indagini hanno sfruttato diversi tipi di riscontri: fotografie di cartelli con gli orari di lavoro, il monitoraggio dei consumi elettrici dell’opificio che mostrerebbero cicli produttivi di oltre 14 ore giornaliere, e testimonianze di alcuni lavoratori. Per la Procura, questi riscontri contrasterebbero con dichiarazioni formalmente rilasciate dagli stessi operai, che tuttavia potrebbero essere state influenzate dalla situazione di dipendenza e intimidazione. Le ispezioni ricordano controlli analoghi effettuati in anni recenti, tra cui accertamenti già svolti nel 2026.
Critiche organizzative e implicazioni legali
Un punto rilevato dagli inquirenti riguarda la presunta inefficacia dei modelli di compliance adottati dalle aziende. La Procura evidenzia una «generalizzata carenza di modelli organizzativi» e un internal audit che non avrebbe rilevato o impedito l’instaurarsi di pratiche produttive basate sullo sfruttamento. In questo quadro, i codici etici sarebbero risultati insufficienti se non seguiti da controlli realmente efficaci.
Conseguenze e strumenti normativi
Le società sono state iscritte nel registro degli indagati anche nella veste di enti ai sensi della legge 231, con potenziali ricadute amministrative e sanzionatorie. Il controllo giudiziario mira a interrompere eventuali illeciti senza compromettere immediatamente l’operatività dell’azienda, mentre le autorità continueranno le analisi per verificare l’eventuale responsabilità penale e amministrativa. Va ricordato che sul tema erano intervenute anche iniziative di «soft law», come il protocollo sottoscritto il 26 maggio 2026 in Prefettura a Milano per promuovere la legalità nella filiera della moda.
Sfide per il settore moda
Questa vicenda mette in luce una tensione strutturale del settore: la pressione sui costi produttivi contrapposta alla necessità di garantire catene di fornitura trasparenti e rispettose dei diritti. Per gli operatori e le istituzioni la sfida è rafforzare i meccanismi di controllo e responsabilizzare i committenti affinché non bastino i codici etici senza verifiche concrete. Nel frattempo la Procura di Milano prosegue gli accertamenti e il provvedimento dovrà essere valutato dal giudice entro i termini previsti dalla procedura.