Il 8 ottobre 2001 rimane una data segnata da una tragedia che ha trafitto il cielo di Milano: il volo SAS 686, diretto a Copenaghen, si è scontrato con un Cessna a causa di una serie di errori operativi e della fitta nebbia. L’impatto ha provocato la morte di 118 persone lasciando dietro di sé 58 orfani e un vuoto incolmabile nelle famiglie di tutta Italia.
Venticinque anni dopo, la città si è riunita nella basilica di Sant’Ambrogio per ricordare le vittime e, in particolare, per onorare la memoria di tre bambini che non hanno mai potuto conoscere il proprio padre: Davide, Benedetta ed Enrico. Nati a pochi mesi dal disastro, hanno vissuto tutta la loro infanzia sotto il peso di una perdita che li ha plasmati fin dal primo respiro.
I tre piccoli nati nell’ombra della tragedia
Davide, il primo tocco di vita
Roberto Gatti, allora ingegnere di 34 anni, era in viaggio d’affari a Stoccolma quando il suo volo è andato a finire in tragedia. Sua moglie Patrizia scoprì la gravidanza dopo il choc, ma il test positivo era già nella sua borsa, nascosto tra i documenti di lavoro. Il primo figlio chiamato Davide perché “bello da non abbreviare”, ha trascorso l’infanzia con la sveglia ferma alle 5:05, l’ora in cui il padre era uscito di casa per prendere l’aereo. In mancanza di un padre presente, la madre ha cercato di trasmettere serenità, evitando di far crescere in lui l’angoscia per l’assenza.
Benedetta, la piccola musicista
Il fratello di Davide, Luca Candiani, attendeva la conferma della nascita di una figlia. La sua compagna Mirella, oltre a gestire il negozio di parrucchiere, ha assunto il ruolo di madre-single, promuovendo i sogni del padre defunto. Benedetta ha imparato a suonare il pianoforte, proprio come il papà le aveva desiderato. La madre racconta spesso al figlio minore, Enrico, di un faggio piantato nel bosco dei 118 alberi, simbolo della vita che continua nonostante l’oscurità.
Enrico, il piccolo omaggio alla passione per la Ferrari
Il terzo bambino, Enrico, è nato in primavera, pochi mesi dopo la catastrofe. Il padre, Romano Blasi, era un funzionario commerciale da Milano a Copenaghen. Enrico indossa spesso una tutina rossa, omaggio alla passione del padre per le corse automobilistiche, e ogni volta che visita il cimitero porta con sé una piccola miniatura della Scuderia. La madre, Elisabetta, ha trasmesso al figlio l’importanza delle piccole gioie quotidiane, come concedersi una birra al tramonto, guardare il Milan in televisione e godere dei momenti di tranquillità.
Il ruolo delle madri e la nascita del Comitato 8 ottobre
Dopo la perdita, le famiglie hanno dovuto affrontare una realtà di isolamento e incertezza. Adele Scarani, vedova di Maurizio, ha fondato il Comitato 8 ottobre per dare voce a tutti i parenti di vittime. Il comitato è diventato il punto di riferimento per l’assistenza psicologica, la concessione di borse di studio e la promozione di iniziative di sicurezza aerea. “Abbiamo trasformato il dolore in impegno”, afferma Scarani, sottolineando come la memoria delle vittime abbia spinto a chiedere leggi più rigorose per gli aeroporti.
Le madri, ognuna con una storia diversa, hanno però condiviso lo stesso obiettivo: offrire ai figli le opportunità che i padri avrebbero voluto. Mirella ha portato Benedetta a lezione di equitazione; Patrizia ha affidato a Davide il compito di raccogliere le storie di famiglia e di tenere viva la memoria del padre attraverso piccoli oggetti simbolici. Queste azioni hanno creato una rete di supporto che ancora oggi coinvolge giovani, studenti e professionisti del settore aereo.
L’eredità di Linate nella sicurezza del volo
Il ricordo della tragedia non si limita a commemorazioni; ha generato cambiamenti concreti nella gestione degli aeroporti. Dopo le indagini, ENAC, ENAV e SEA hanno introdotto protocolli più severi per il controllo del traffico aereo e la gestione della nebbia. Il Comitato ha partecipato attivamente alle audizioni parlamentari, contribuendo a una legislazione più stringente. “La sicurezza di oggi è il risultato di una lotta incessante degli orfani di Linate”, ricorda l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, durante la messa commemorativa nella basilica di Sant’Ambrogio.
Oggi, i 118 alberi piantati nel Bosco dei Faggi al Parco Forlanini crescono come testimoni viventi. Ogni volta che una pioggia cade su di essi, è come se la natura custodisse la memoria di chi non c’è più, mentre le nuove generazioni continuano a studiare le lezioni apprese, garantendo che un simile disastro non si ripeta mai.



