Melancholia: Lars von Trier, depressione, apocalissi

Recensione in anteprima di Melancholia, dopo lo scandalo di Cannes per le dichiarazione di Lars von Trier. Solo su Blogosfere Spettacoli

Capisco Lars von Trier”: così potrebbe intitolarsi questa recensione in anteprima di Melancholia, ultimo film del regista danese dello scandalo di Cannes, presentato durante la manifestazione Le vie del cinema.

Cannes a Roma che si sta tenendo attualmente nella capitale italiana (attualmente in preda ai fervori post referendari, ma questa è un’altra storia).

Anche se accostarsi ad un personaggio nevrotico, disperato, ironico, depresso, ipocondriaco quale è Lars è un compito molto difficile (così come, a conti fatti, sarà stato per lui accostarsi a Hitler), il film Melancholia ci aiuta notevolmente nel penetrare nell’animo del regista, così come aiutano altre pellicole quali Antichrist, Dancer in the Dark, Il grande capo, Dogville e via dicendo.

Melancholia è diviso in due parti, dedicate ognuna alle due sorelle protagoniste, in cui viene esplorata quella disposizione esistenziale che è la depressione, la malinconia privata di qualunque aspetto positivo, il cupio dissolvi, il desiderio di scomparire, di essere annichiliti, di addormentarsi per sempre per non dover sopportare un’altra giornata sulla Terra, luogo in cui “la vita è male”.

Justine, fresca sposa, arriva assieme al suo amato alla villa di proprietà del marito di Claire, la sorella che ha organizzato meticolosamente tutta la festa in suo onore.

Il ricevimento non andrà come sperato, sopratutto a causa del suo erratico comportamento (pallido eufemismo per indicare un disastro di proporzioni enormi, ma sempre contenute se rapportate all’altro disastro del film). Nella seconda parte la famigliola composta da Claire, il marito, il figlioletto e Justine se la vedrà con la comparsa nel cielo del pianeta eponimo, la cui traiettoria è incerta. Gli scienziati prevedono un semplice avvicinamento, mentre i catastrofisti sono certi dell’apocalittico impatto con il nostro mondo.

Se si eccettua lo straordinario prologo al rallentatore (già visto in Antichrist, ma sempre dannatamente efficace) che è quasi un’anticipazione, filtrata dalla mente distorta di Justine, di quanto avverrà, Lars von Trier riprende le vecchie e consolidate abitudini che trovano la loro lontana origine nel manifesto Dogma 95: camera a spalla, zoom improvvisi, attenzione a piccoli gesti fugaci e significativi, scavo psicologico nei primi piani insistiti, un certo mal di mare frutto del traballamento. A dirla tutta la confezione è piuttosto classica, siamo ben lontani dalla sperimentazione di Antichrist, sorta di kammerspiel dell’epoca digitale.

Dove eccelle realmente Lars è nella direzione degli attori. Kirsten Dunst è stata meritatamente premiata a Cannes per la sua interpretazione in questa pellicola: il suo personaggio passa da istanti in cui è adorabile, a momenti in cui nulla pare poterla raggiungere, nemmeno il suo sposo, per poi passare a lampi di cinismo puro, in cui distrugge qualsivoglia tentativo dello spettatore di empatizzare con lei; è una vera e propria creatura lunare, mercuriale, selvatica, dal grandissimo fascino ma anche portatrice di rovina per chi le sta attorno.

L’attrice usa ogni trucco a sua disposizione per rendere al meglio questo difficile compito, quello di incarnare la depressione e di essere portavoce di Lars von Trier (almeno in parte). La sua è davvero una prova maiuscola, che finirà negli annali della storia della recitazione, anche perché regala dei lampi di ironia salace e tagliente in un’opera che, nonostante la natura strettamente drammatica, provoca molte risate, affastellando personaggi e situazioni stranianti, per non parlare delle frequenti fustigazioni che il regista si infligge nella messa in scena della vicenda, con dialoghi che si potrebbe immaginare essere davvero avvenuti tra le mura della sua casa.

Forse non allo stesso livello Charlotte Gainsbourg, già premiata per Antichrist, che in ogni caso rappresenta il polo opposto dell’animo del danese. Se la sua Claire rappresenta il tentativo ansioso e ossessivo di dare ordine al mondo, puntualmente disatteso dalle circostanze e tradito con inconsapevolezza quasi maligna dalla natura della sorella, quest’ultima incarna ancora una volta l’elemento archetipico femminile di cui Lars sembra avere tanta paura (sopratutto perché lo vede dentro di sé), ovvero il caos, l’incapacità di ancorarsi emotivamente al mondo, il continuo trascolorare da un umore a un altro, il disprezzo per tutto ciò la natura sociale e convenzionale della realtà (anche le conferenza stampa, quindi?).

Su tutto campeggia la grandiosa melodia del prologo del Tristan und Isolde di Wagner, forse il compositore che meglio ha saputo esprimere la nozione di destino nelle sette note: è una musica inizialmente suadente, dolce, ma carica di presagi e di tensioni sotterranee, che sfocia infine nella consapevolezza dell’ineluttabilità della fine.

Il succo del discorso potrebbe essere riassunto dall’entusiasmo con cui il marito di Claire attende il passaggio di Melancholia, prospettando uno spettacolo meraviglioso e irripetibile: è come se il regista volesse mettere in scena, e ridicolizzare, il punto di vista di chi non comprende la sua sofferenza, auto-indotta o psicosomatica che sia. von Trier ben sa quanto la melancolia, quella vera, possa devastare il mondo di chi la subisce, sradicandolo dalle fondamenta e lasciando dietro di sé solo un vuoto siderale, dopo il quale nulla è più rappresentabile.

Scritto da Style24.it Unit
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