Kung Fu Panda 2: recensione in anteprima

L’estate cinematografica in genere è un periodo pieno di scarti e di fondi di magazzino riesumati, ma è anche dedicata ad una tipologia particolare di spettatori, ovvero i bambini: si parla ad esempio di Cars 2 (che da quanto si legge in giro è il primo passo falso della Pixar dopo molti anni) e di Kung Fu Panda 2 che qui recensiamo in grande anticipo, essendo in uscita il 24 agosto.

Quindi ritornano le avventure del panda che conosce il kung fu ed è stato allevato da un’oca, in un secondo episodio che a livello tecnico è eccelso ma registra qualche carenza sul piano strutturale e su quello più meramente comico.

Un accenno di trama: Po è ormai diventato il guerriero dragone e si sta allenando presso il suo maestro Shifu; il suo percorso iniziatico (che prevede quale prova finale il raggiungimento della pace interiore) viene però interrotto dai piani di dominazione della Cina di Lord Shen, pavone che ha alcuni legami oscuri con l’infanzia di Po.

In procinto di rendere obsolete le arti marziali con l’introduzione delle armi da fuoco – nello specifico un temibile cannone – Shen, pur nella sua follia sanguinaria, involontariamente aiuterà Po a scoprire le proprie origine e ad aiutarlo a raggiungere l’agognata pace interiore.

Come già accennato, sotto il profilo tecnico il film è inattaccabile: ormai per quanto riguarda la qualità grafica la Dreamworks ha raggiunto tranquillamente il livello della rivale Pixar.

Non si tratta solo di mera estetica, ma anche di precise scelte che conferiscono una connotazione al film. Forse saprete che dietro la macchina da presa (virtuale) si trova Jennifer Yuh Nelson, ovvero colei che aveva diretto le parti bidimensionali del capitolo precedente: non solo queste sequenze le ritroviamo nel prologo, narrato a mò di teatro delle ombre cinesi, ma anche i flashback dell’infanzia di Po sono caratterizzati dalla tradizionale tecnica 2D, con un bel cortocircuito metalinguistico, in cui viene sì raccontato passato e presente del protagonista, ma anche quello dell’animazione stessa.

Anche a livello complessivo si nota tale contrasto: spesso i paesaggi, pur essendo in tre dimensioni ricordano la pittura cinese, piatta e molto meno propensa all’uso della prospettiva. Persino l’aggiunta della profondità è usata con eleganza e parsimonia, allo scopo di fare acquisire maggiore dinamismo, anche drammaturgico, alle singole inquadrature

Nulla da eccepire anche sul versante action. I vari combattimenti sono gestiti con grande attenzione, a partire dal primo – strepitoso – che è coreografato come se fosse il brano di un musical, con commento sonoro direttamente influenzato dalle azioni dei protagonisti. In genere quando si viene alle mani la regista propende per un tipo di coreografia influenzata dai film di Jackie Chan in cui giocosamente tutto l’ambiente circostante diventa attrezzo di attacco, difesa e fuga, in una sarabanda di giravolte, salti, e cambi di direzioni improvvisi.

Purtroppo sul versante comico il film funziona poco, sopratutto nelle gag verbali. Qui, nella versione italiana, qualcosa si deve imputare alla scelta di far doppiare Po da Fabio Volo, non certo il più carismatico tra gli interpreti vocali, ma anche al resto del cast, troppo adagiato su una connotazione un po’ troppo infantile per quella che in fondo è una vicenda drammatica.

Arriviamo infine al motivo per cui Kung Fu Panda 2 è un buon film ma non riesce ad aspirare al gradino superiore (si registrano anche dei brutti cali a livello di ritmo, con molti momenti di stanca, nonostante gli eventi si succedano con generosità).

Per quanto il film tragga ispirazione dalla tradizione cinese e il conflitto principale non sia in realtà tra protagonista e antagonista (si potrebbe dire che la vera risoluzione sta nell’accettazione del proprio passato, con esiti opposti) non c’è affatto quella ricomposizione dell’armonia derivante dalla sintesi di due opposte istanze che prevale ad esempio nei film di Hayao Miyazaki. A prevalere è una logica volontaristica di marca protestante: infatti lo “scegli chi essere” ripetuto a più riprese a Po farebbe accapponare la pelle ad un taoista o a un buddhista e presuppone una separazione tra passato e presente che è assolutamente contraria a quella fluida visione degli eventi che informa il pensiero orientale.

Parlare di cannibalismo culturale è forse troppo estremo per un prodotto di consumo del genere, però simili atteggiamenti ci dimostrano ancora una volta quanto forte sia il pregiudizio occidentale nei confronti dell’altro, nonostante lo si celi sotto omaggi e riproposizioni ludiche.

Scritto da Style24.it Unit
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