Donne musulmane attiviste messe in vendita da un’app

Mercificate come veri e propri oggetti, quasi un centinaio di donne musulmane indiane sono state messe in vendita online. Rabbia e dolore da parte delle vittime.

Offese, abusi e almeno 90 profili social rubati: è così che in India l’applicazione Sulli Deals aveva imbastito un’asta online di donne musulmane. Un nome che non lascia spazio a fraintendimenti: sulli, in hindi, è il termine che indica le “donne di facili costumi”.

Un vero e proprio mercato di scambio merci, dove infatti compare anche la dicitura “migliore offerta del giorno”.

Donne musulmane messe in vendita

Si stenta a crederlo, ma questa sorta di database è rimasto online per ben venti giorni. Solo dopo alcune segnalazioni e la denuncia alla polizia da parte di alcune donne coinvolte la piattaforma GitHub, che ospitava l’applicazione, ha provveduto a rimuoverla. Ma il dolore e la rabbia restano.

Molte donne, infatti, non erano a conoscenza di quanto accaduto: foto e dati personali sono stati rubati senza che nessuno se ne accorgesse.

I profili trafugati appartenevano tutti a donne di religione musulmana, per lo più giornaliste, attiviste, vip e intellettuali, che dopo la vicenda hanno chiuso tutti i loro account social, temendo ulteriori molestie. Come fa notare anche Hasiba Amin, coordinatrice dei social media del partito del Congresso, sono molti gli account in rete appartenenti a estremisti indù che sistematicamente discriminano e attaccano le donne musulmane indiane, soprattutto quelle più attive nella società, con ogni tipo di provocazione e molestia.

Il 13 maggio, giorno della festa islamica dell’Eid, su un canale YouTube è stata anche rappresentata una falsa asta in diretta di donne musulmane, in cui ogni “pezzo” in vendita era accompagnato da descrizioni fisiche raccapriccianti.

donne musulmane messe in vendita

Le reazioni delle vittime

Pesanti reazioni di condanna alla vicenda arrivano da ogni parte del mondo. La polizia ha dichiarato di aver aperto un’indagine per capire chi si celi dietro a questi abusi, ma per ora nessuna traccia. L’unica certezza è che chiunque l’abbia fatto abbia usato una falsa identità.

Hana Moshin Khan è una giovane pilota e una delle donne dal profilo rubato. Ha denunciato il fatto sia alla polizia che sui media, e si dice pronta a combattere reati del genere. In un tweet, ha ribadito la natura discriminatoria della vicenda: “Non ho un account politico, sono stata presa di mira a causa della mia religione e del mio sesso”.

Tutte le donne chiamate in causa insorgono contro queste provocazioni e offese, e, malgrado il segno che ha lasciato in loro questa vicenda, sono determinate a fare in modo che tali eventi orribili non accadano più.

LEGGI ANCHE: Test dello stupro in India, una barbarie ancora praticata

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