Il Il marchese del Grillo è uno dei titoli che hanno contribuito a consolidare la fama di Alberto Sordi nel panorama del cinema italiano. Diretto da Mario Monicelli e uscito nel 1981, il film ha ottenuto riconoscimenti importanti, da premi nazionali come i David di Donatello a riconoscimenti internazionali, confermando il valore di una commedia storica che mescola satira e costume. In questo testo ricostruiamo la trama principale e tracciamo le location reali e di studio che hanno dato vita alla scenografia del film.
Il tono dell’articolo è pensato per chi ama il cinema e per chi desidera riconoscere gli spazi dove sono state girate scene memorabili: dal palazzo romano alle campagne laziali, fino agli studi di produzione. Troverai anche curiosità tecniche e note di regia che mostrano come Monicelli abbia saputo alternare riprese in esterni e set ricostruiti, ottenendo un equilibrio tra autenticità storica e invenzione cinematografica.
Trama in breve
Al centro della vicenda c’è Onofrio del Grillo, un nobile che occupa una posizione di rilievo nella corte pontificia sotto il pontificato di Pio VII. Di giorno il personaggio svolge compiti ufficiali legati al palazzo papale; di notte, invece, emerge il suo lato più scanzonato, fatto di brindisi, scherzi e serate nelle taverne romane. La svolta narrativamente decisiva arriva quando il marchese incontra un uomo che gli somiglia moltissimo: un umile carbonaio. La somiglianza dà il via a una serie di scambi di persona, fraintendimenti e situazioni esilaranti che mettono in luce l’arguzia del protagonista e la sua capacità di beffare autorità e convenzioni sociali.
Temi e tono
Il film mescola satira sociale e commedia popolare, puntando su figure archetipe e gag visive per far emergere l’assurdità di gerarchie e regole. Il marchese usa il doppio per destabilizzare le certezze altrui: lo scambio d’identità diventa una forma di critica velata alle istituzioni, mentre il registro comico non rinuncia a momenti di acuta osservazione. La pellicola è quindi al tempo stesso divertente e provocatoria, capace di parlare al grande pubblico senza rinunciare a una sottile ironia storica.
Location principali e scelte di set
Le riprese de Il marchese del Grillo mescolano luoghi reali e ricostruzioni in studio per ottenere sequenze efficaci e visivamente coerenti. La residenza del protagonista nella finzione è la Casa dei Cavalieri di Rodi, situata all’attuale Piazza del Grillo 1. Tuttavia, non tutte le scene ambientate nel palazzo sono state girate lì: alcune sono state trasferite in altre dimore storiche per esigenze scenografiche e logistiche. Il regista ha così costruito un mosaico di ambientazioni che, unite dalla fotografia e dalla recitazione, restituiscono l’immagine di una Roma riconoscibile ma fortemente teatrale.
Esterni significativi
Tra gli esterni più noti, la celebre sequenza in cui il protagonista lancia monete ai mendicanti dallo stesso balcone è stata realizzata nello scalone del palazzo Pfanner a Lucca, e non nel palazzo romano. Il casale di campagna che appare nel film è il Casale della Civita, collocato nelle campagne di Tarquinia (provincia di Viterbo), che offre l’atmosfera rurale necessaria per alcune scene domestiche e di riposo del marchese.
Altri set e studi
Il covo di Fra Bastiano è stato ricreato tra le rovine di Montesano, mentre la burla del vespasiano—quando la porta d’ingresso di un negozio viene murata—è stata girata in via Sant’Angelo in Pescheria, nel cuore del ghetto romano. La casa di Olimpia si trova in via della Pace, e il teatro in cui recita la compagnia francese è il Teatro Sociale di Amelia a Terni. Per alcune scene delicate e per ricostruire luoghi simbolici come la Bocca della Verità, Monicelli ha sfruttato gli ambienti di Cinecittà, dove è stata costruita la scenografia per l’esecuzione di Fra Bastiano.
Perché le location contano
La scelta di alternare location autentiche e set ricostruiti ha permesso al film di mantenere un ritmo narrativo vivace senza rinunciare alla credibilità storica. Le riprese a Lucca, Tarquinia e nelle strade di Roma conferiscono realismo, mentre gli spazi di Cinecittà offrono la flessibilità tecnica per scene di maggiore complessità. Il risultato è una commistione tra realtà e artificio che sostiene il gioco comico del protagonista e rende la pellicola ancora oggi un punto di riferimento per chi studia la regia italiana e le tecniche di messa in scena.


