Realismo e parassiti letali riusciranno a convivere nel film?
La tecnica cinematografica del found footage (riprese in soggettiva, sensazione di realismo, sballottamento della macchina da presa, identificazione del punto di visto del personaggio con il sentire emotivo del pubblico) è oramai parecchio vecchia e probabilmente usurata: il primo a usarla in ambito horror fu Ruggero Deodato con il suo famigerato e ferocissimo Cannibal Holocaust (e la crudezza delle immagini gli fece rischiare persino la galera), ma è stata recuperata e modernizzata in tempi recenti in quell’esperimento conosciuto come The Blair Witch Project.
Divenuta quindi una moda – Cloverfield, Paranormal Activity, Rec sono solo alcuni titoli in cui se ne fa uso – è stata quindi “ufficiosamente accantonata” dal terzo capitolo della saga spagnola dedicata agli zombie-infetti-posseduti, nel quale esplicitamente si mostra la distruzione della videocamera usata nella prima parte del film, che passa così a essere narrato in terza persona con un montaggio classico.
The Bay, l’horror di Barry Levinson (Piramide di paura, Rain Man, Good Morning Vietnam) ripristina questo artificio linguistico all’insegna di un’idea semplice quanto efficace, ovvero la moltiplicazione dei documenti filmici utilizzati nella pellicola, strutturati su un’idea di realismo da reportage che riporta alla mente Redacted di Brian De Palma. L’opera del regista, infatti, arrivata dopo un silenzio di 4 anni, pretende infatti di costituire un tentativo di svelare quanto (fittiziamente) successo e poi insabbiato dal governo nella cittadina ittica di Claridge durante i festeggiamenti del 4 luglio.
L’orrore viene dall’acqua, principale prodotto del borgo: l’elevato tasso di tossicità derivante dall’inquinamento industriale ha infatti compromesso l’equilibro dell’ecosistema marino, accelerando lo sviluppo di parassiti micidiali per l’uomo. Gli abitanti della città, un po’ come successo ne Lo squalo, pagano quindi con le loro vite il disinteresse e la disonestà del sindaco, che mette a tacere i dati. Sarà un’apocalisse di sangue per tutti…
Inizia con un ritmo lento ma carico di tensione, The Bay, in modo da introdurre agevolmente lo spettatore all’orrore che promette e con il subdolo scopo di fargli abbassare le difese per rendere più semplice l’accettazione della vicenda che va a raccontare. Costruito come se fosse un collage di una serie di testimonianze dirette e contemporanee agli eventi che portano all’annientamento della città, il film trova il proprio punto di forza nella costruzione di un’illusione di immediatezza: lo spettatore infatti pensa (o dovrebbe pensare di) trovarsi davanti a dei filmati reali, messi in scena con abilità altalenante. In questo modo si amplifica il terrore e il disgusto per una minaccia animale che, per quanto atipica, altrimenti sarebbe potuta sembrare ridicola.
Levinson rimane fedele per tutta la durata della pellicola all’impostazione drammaturgica, e in questa fedeltà risiedono pregi e difetti di The Bay: da una parte abbiamo la già citata sensazione di realismo, che nei momenti più tesi, cupi e apocalittici (le riprese in notturna, per esempio) fa davvero sprofondare in un’atmosfera di terrore sovrannaturale; dall’altra invece interpretazioni non sempre di alto livello e una sceneggiatura che a volte gira a vuoto, ripete informazioni già note o semplicemente non sviluppo la trama, in effetti arrestatasi verso la metà del film, momento in cui diventa piatta illustrazione di una situazione di emergenza, per quanto orrorifica.
The Bay si quindi presenta come un horror irrisolto che, per quanto potrebbe lasciare scossi gli spettatori più impressionabili (le creature sono maleficamente ributtanti), non è destinato a essere un esempio imprescindibile nel genere. Fosse arrivato prima avrebbe almeno avuto dalla sua l’elemento sorpresa, ormai definitivamente perso, ma rimane comunque un prodotto di discreta fattura che colpisce allo stomaco, pur non incidendo particolarmente nell’immaginario collettivo.

