Revenge porn: cos’è e quali sono i dati del fenomeno

Il revenge porn è divenuto reato dal 2019 ma continua a esistere e a mietere vittime: 1 persona su 10 nel mondo ne è stata colpita.

Si tratta di un tema abbastanza dibattuto ultimamente per la sua presenza in alcuni casi di cronaca, tema che però si conosce ancora poco. Il revenge porn è la cosiddetta vendetta pornografica, ovvero, la diffusione senza consenso di foto o video intimi allo scopo di denigrare e ledere la reputazione della persona coinvolta.

Una vera e propria forma di violenza che è divenuta reato a tutti gli effetti.

Cos’è il revenge porn

La condivisione di materiale ritraente nudità o atti sessuali senza consenso ha un nome ben preciso: revenge porn. Questo con lo scopo di denigrare la vittima, distruggendole la reputazione e, spesso, anche la vita. Recente il caso della maestra d’asilo che oltre a vedersi lesa nell’intimità, si è vista anche additata, colpevolizzata e infine licenziata (la notizia è spesso stata presentata come “video hard della maestra” quando il suo vero nome sarebbe proprio revenge porn).

Ciò è successo per la brillante idea dell’ex fidanzato di condividere delle foto e un video di un loro momento di intimità nella chat degli amici del calcetto. Il video è arrivato alla moglie di un membro del gruppo che, dimostrando profonda solidarietà femminile, ha indotto la direttrice dell’asilo a licenziare la ragazza.

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Ma il fenomeno è ampio e ancora in espansione.

Secondo una ricerca di Skuola.net che ha coinvolto 6500 ragazzi dai 13 ai 18 anni, il 24% di loro ha fatto sexting, cioè scambio di foto intime con il partner, ma il 15% di essi ha subito la condivisione con terzi, senza consenso. L’invio di tale materiale ha come motivazione il banale “scherzo” nel 49% dei casi, il ricatto nel 11% e la vendetta nel 7%. La vittima nella maggior parte dei casi è paralizzata dalla vergogna quindi la reazione più diffusa è il silenzio (il 53% ha fatto finta di niente mentre il 31% non ha detto nulla per non essere giudicato). Non mancano però anche i casi di minacce di condivisione, la percentuale è del 12%. Il revenge porn però non ha le sue origini solo nel sexting. Il materiale può essere raccolto anche senza consenso della vittima, magari durante un rapporto sessuale sia fisico che virtuale. Anche uno studio statunitense ha raccolto dati sul revenge porn: l’American Psicological Association nel 2019 ha evidenziato come una persona su 10 ne sia stata vittima, percentuali che salgono in casi di minori. La conseguenza più allarmante però è il fatto che il 51% delle vittime contempla come possibile soluzione il suicidio.

L’oggettivazione del corpo della donna non è una novità, così come la sua manifestazione in modi sempre più meschini. Il fenomeno del revenge porn è divenuto reato dall’agosto del 2019 ma se la legge rinominata Codice Rosso punisce ex post, il problema rimane a priori. Penso quindi al fatto che la donna debba essere umiliata per un’azione totalmente naturale come avere un rapporto sessuale, additata come una poco di buono sia dagli uomini che dalle altre donne. Si inserisce in quest’ambito il fenomeno dello slut shaming che discrimina le donne colpevolizzandole per comportamenti ritenuti inappropriati dalla società, una società che vorrebbe la donna sempre casta e pura. Un esempio è il fatto che se un uomo ha molte frequentazioni è ritenuto un playboy mentre se le ha una donna riceve subito appellativi poco carini. Il problema alla base del revenge porn, come dello slut shaming, dunque, è il medesimo che si manifesta in più forme di discriminazione e che trova la sua ragion d’essere in una concezione che vede la donna ancora subordinata al ruolo di moglie e madre moralmente perfetta. Il corpo della donna è ancora scandalo e le chat di calcetto degli uomini che condividono questo materiale sono tutto sommato accettabili. In fondo, sono uomini.

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Scritto da Evelyn Novello
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