Il concetto di salute si estende ben oltre l assenza di malattia: la definizione dell Organizzazione Mondiale della Sanità lo descrive come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale. In questo orizzonte la dimensione del genere è centrale, perché incide su sintomi, accesso alle cure e risultati terapeutici. La medicina che ignora queste variabili rischia di applicare un modello unico a corpi e vite differenti, con conseguenze concrete sulla qualità dell assistenza.
Negli ultimi decenni la disciplina nota come medicina di genere ha cercato di colmare questa lacuna, distinguendo chiaramente tra sesso — le caratteristiche biologiche e anatomiche — e genere — i ruoli e le aspettative sociali. Questa prospettiva non è una specializzazione esclusivamente femminile, ma un approccio che mira a personalizzare diagnosi e terapie per tutte le persone, tenendo conto di variabili biologiche e socio-culturali.
Che cos è la medicina di genere
La definizione strutturata di medicina di genere è stata proposta dall OMS nel 2008 e indica lo studio dell impatto delle differenze biologiche legate al sesso e di quelle socio-economiche e culturali legate al genere sulla salute e sulla malattia. Questo concetto ribalta l idea che il corpo maschile sia il modello neutro e riconosce invece che la variabilità fra individui deve guidare ricerca, prevenzione, diagnosi e cura. L obiettivo è ottenere interventi più efficaci, sicuri e aderenti alle necessità reali dei pazienti.
Non solo per le donne
Spesso si fraintende la medicina di genere come una medicina al femminile: in realtà si tratta di una prospettiva genere-specifica che include uomini, donne e persone transgender. Ad esempio, secondo i dati dell UNAR il 46% della popolazione transgender incontra difficoltà nell accedere ai servizi sanitari di base, spesso per percezioni discriminatorie. Riconoscere queste diversità significa progettare percorsi di cura più inclusivi e attenti alle barriere reali che impediscono l accesso alle terapie.
Lo stato dell arte in Italia
L Italia ha iniziato a riconoscere formalmente l importanza della prospettiva di genere nella ricerca e nella pratica clinica: già nel 2016 il genere è stato inserito tra i determinanti da considerare nelle attività medico-scientifiche. La traduzione normativa è proseguita con la legge n. 3/2018 e con l approvazione, il 13 giugno 2019, del Piano per l applicazione e la diffusione della Medicina di Genere in Conferenza Stato Regioni, sviluppato con il contributo del Ministero della Salute e dell Istituto Superiore di Sanità.
Il Piano punta a integrare la prospettiva di genere in tutte le fasi del percorso di cura, dalla ricerca alla prevenzione fino alla terapia, e prevede strumenti operativi come la figura del referente regionale per coordinare e monitorare l attuazione. Questa impostazione si collega all art 32 della Costituzione, che tutela la salute come diritto fondamentale e interesse della collettività, e agli indirizzi dell Agenda OMS 2030.
Tra progressi e ostacoli
Nonostante i passi formali, l applicazione pratica resta eterogenea: la formazione del personale sanitario, la cultura scientifica e l organizzazione dei servizi devono cambiare in profondità. In molti studi clinici il sesso rimane una variabile descrittiva e non il fulcro dell analisi, con traduzioni limitate dei risultati in linee guida operative. Questo scollamento tra conoscenza e pratica genera disomogeneità regionali e difficoltà nell offrire cure davvero personalizzate.
Problemi concreti: ricerca, dispositivi e casi emblematici
La ricerca clinica mostra miglioramenti quantitativi ma lacune qualitative. Una revisione internazionale su oltre mille studi clinici, per un totale di circa cinque milioni di partecipanti, evidenzia che solo una minoranza riporta dati disaggregati per sesso e ancora meno traducono le differenze in raccomandazioni operative. Ne consegue che dosaggi, effetti avversi e protocolli possono rimanere inadeguati per alcuni gruppi.
Dispositivi medici
Anche i dispositivi medici riflettono spesso un modello progettuale sbilanciato: cateteri, stent, protesi e apparecchi diagnostici sono talvolta calibrati su anatomie maschili, senza sperimentazioni differenziate per sesso. Le complicanze correlate a scelte progettuali non contemplate diventano così un problema sistemico, poco visibile nel dibattito pubblico ma tangibile nella pratica clinica quotidiana.
Endometriosi: il ritardo diagnostico come sintomo di un problema più ampio
L endometriosi è un caso paradigmatico: in Italia colpisce oltre 1,8 milioni di donne e registra un ritardo diagnostico medio che può superare i 6-7 anni. Una indagine della Fondazione Italiana Endometriosi su oltre 830 donne mostra dati allarmanti: il 57% ha avuto i primi sintomi in adolescenza e il 20% tra i 18 e i 25 anni; il 66% si è sentito spesso non creduto e solo il 21% si è sentito pienamente ascoltato dai professionisti sanitari. Il 91% ha ricevuto almeno una volta il messaggio che il dolore mestruale è normale, spesso (34,9%) da medici. Questi numeri raccontano come la mancata integrazione della prospettiva di genere porti a delegittimare l esperienza delle pazienti, ritardare diagnosi e peggiorare i percorsi terapeutici.
Per trasformare le evidenze in cambiamento serve più di buone intenzioni: occorrono regole che impongano metodi di ricerca disaggregati, percorsi formativi specifici, una progettazione dei dispositivi attenta alle differenze anatomiche e politiche sanitarie che traducano il concetto di salute come diritto in pratiche concrete. Solo così la medicina potrà davvero rispondere alle esigenze di tutte le persone, senza lasciare indietro nessuno.


