Nel mondo della medicina si è tradizionalmente considerato il corpo maschile come modello di riferimento. Questa impostazione ha generato una serie di disparità che penalizzano le donne, le cui manifestazioni cliniche e risposte terapeutiche possono differire significativamente. Ignorare tali differenze equivale a negare loro una cure realmente personalizzate e dignitosa.
Le statistiche mostrano che, pur vivendo più degli uomini, le donne sperimentano condizioni di salute peggiori. La radice di questo fenomeno risiede in una combinazione di fattori sociali e, soprattutto, nella carenza di dati specifici per il sesso, che influenza negativamente prevenzione, diagnosi e trattamento.
L’impegno dell’EMA per la salute femminile
Il 2 luglio 2026 l’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) ha pubblicato il comunicato “EMA steps up efforts on medicines for women’s health”. Il documento espone una serie di iniziative volte a mappare le lacune ancora presenti nella ricerca e a individuare le priorità d’intervento. Tra gli obiettivi più evidenti troviamo l’identificazione delle aree in cui il gender data gap è più marcato, nonché l’avvio di progetti pilota per colmare queste mancanze.
Mappatura delle lacune e priorità d’intervento
Il primo passo consiste nella raccolta sistematica di dati clinici differenziati per sesso. L’EMA intende collaborare con enti nazionali, università e ospedali per creare un database europeo che metta a fuoco le differenze di risposta farmacologica, di dosaggio e di tempistiche diagnostiche. Solo disponendo di queste informazioni sarà possibile definire linee guida specifiche per le donne.
Il gender data gap e le sue conseguenze pratiche
Il gender data gap si traduce in una scarsa conoscenza delle patologie femminili e, Un chiaro esempio è rappresentato dal gender pain gap ovvero la tendenza a sottovalutare il dolore riportato dalle donne.
Il divario nel dolore
Uno studio condotto in pronto soccorso su pazienti con dolore addominale ha rivelato che, a fronte di sintomi clinicamente equivalenti, le donne hanno atteso in media 75 minuti per ricevere il primo analgesico, mentre gli uomini hanno impiegato 59 minuti. Inoltre, le donne sono risultate meno propense a ricevere analgesici per via parenterale. Questi dati evidenziano come gli stereotipi di genere possano influenzare la rapidità e l’intensità dell’intervento terapeutico.
Patologie cardiovascolari: sintomi atipici nelle donne
Le malattie cardiovascolari costituiscono la prima causa di morte tra le donne in Europa, responsabili del 37 % dei decessi femminili contro il 31 % di quelli maschili. Nonostante la loro prevalenza, gli infarti continuano ad essere percepiti come una patologia “maschile”. Fino a una donna su quattro sperimenta un infarto senza il classico dolore toracico, manifestando nausea, dolore mandibolare, affanno, vertigini o una marcata stanchezza. La European Society of Cardiology stima che le donne hanno un rischio del 20 % più alto di morire dopo un infarto a causa del mancato riconoscimento dei sintomi. Questo è un caso concreto di gender data gap che si traduce direttamente in mortalità più elevata.
Verso un welfare realmente inclusivo
Le imprese hanno un ruolo cruciale nel tradurre la consapevolezza scientifica in politiche concrete. Un modello di welfare inclusivo dovrebbe prevedere informazione sulla medicina di genere, programmi di prevenzione mirati e accesso a servizi sanitari adattati alle diverse fasi della vita femminile, inclusa la salute riproduttiva.
Sperimentazioni cliniche e gravidanza
Oggi meno dello 0,4 % dei trial clinici in Europa include partecipanti incinte, percentuale che scende allo 0,1 % per le madri che allattano. Questa esclusione, sebbene originata dalla volontà di proteggere il feto, ha creato un paradosso: le donne in gravidanza ricevono poche evidenze terapeutiche, rendendo più difficile scegliere cure sicure. Superare l’idea che proteggere la gravidanza significhi nascondere il paziente è essenziale per garantire il diritto alla salute basata su prove solide.
Solo attraverso una raccolta dati più equa, una valutazione più attenta del dolore e politiche di welfare mirate sarà possibile offrire a tutte le persone le stesse opportunità di salute e di vita lavorativa.



