Il 2 giugno 1946 resta una data centrale nella storia italiana: per la prima volta le cittadine italiane votarono, partecipando in massa al referendum istituzionale e alle elezioni dell’Assemblea Costituente. Questo traguardo non fu un evento isolato, ma l’esito di anni di impegno politico e sociale che prese forma anche durante la Resistenza e nelle organizzazioni femminili nate tra il 1943 e il 1945.
Nel racconto che segue vengono ricostruite le tappe principali di quel processo, il contributo concreto delle organizzazioni femminili e il ruolo delle 21 donne elette in Assemblea Costituente, evidenziando le disposizioni costituzionali che portarono a trasformare diritti formali in pratiche civiche.
La genesi politica: dai Gruppi di Difesa della Donna alla fine della guerra
Nell’autunno del 1943 a Milano nacquero i Gruppi di Difesa della Donna e per l’Assistenza ai Combattenti della Libertà, riunendo donne appartenenti a diversi schieramenti del Comitato di Liberazione Nazionale. Queste organizzazioni misero in campo attività concrete: sostegno alle famiglie dei prigionieri, raccolta di viveri e medicinali, redazione di stampa clandestina come Noi Donne, trasporto di documenti falsi e supporto alle forze partigiane.
Il loro programma politico non si limitava all’assistenza: nei documenti fondativi emerse la richiesta esplicita di uguaglianza di retribuzione e di accesso paritario al lavoro e alle organizzazioni politiche. Il modello operativo dei Gruppi mostrò come la Resistenza fungesse da scuola politica per molte donne, imprimendo competenze organizzative e consapevolezza civica.
Il lavoro di prossimità e la figura della visitatrice
All’interno del Comitato Centrale d’Assistenza venne sviluppata la figura della visitatrice, donna che entrava in contatto diretto con le famiglie antifasciste per raccogliere bisogni, fornire aiuti e costruire fiducia. Questa azione di prossimità rappresentò un’innovazione politica: la lotta per i diritti si tradusse in interventi concreti che collegavano il piano sociale a quello politico.
Il 2 giugno 1946: partecipazione numerica e significato
La giornata del 2 giugno 1946 vide la partecipazione massiccia delle donne italiane: a votare furono circa 12 milioni di donne, un numero che superò quello degli uomini in molte regioni e in particolare nell’Italia meridionale. Quel voto non solo ratificò la scelta istituzionale del Paese, ma dimostrò la determinazione delle cittadine a inserirsi nella scena pubblica dopo anni di impegno clandestino e di lavoro nelle fabbriche e negli uffici durante la guerra.
Il diritto formale al voto attivo e passivo era stato sancito dal decreto luogotenenziale del 1° febbraio 1945, ma fu l’atto concreto del 2 giugno 1946 a trasformare quel diritto in pratica elettorale diffusa, rendendo le donne soggetti politici visibili e decisivi.
Numeri e confronto
Alle urne si registrarono circa 12.718.641 voti per la Repubblica contro 10.718.502 per la Monarchia, segno di un Paese in transizione dove la partecipazione femminile fu elemento rilevante del risultato politico complessivo.
Le 21 madri costituenti e la riforma costituzionale
All’Assemblea Costituente furono elette 21 donne su 556 componenti: una presenza che, pur numericamente ridotta, ebbe un peso politico e culturale importante nella stesura della Costituzione. Cinque di loro entrarono nella Commissione ristretta dei 75: tra queste spiccano Nilde Iotti, Maria Federici, Lina Merlin, Teresa Noce e Ottavia Penna Buscemi.
Le costituenti provenivano da esperienze diversificate: alcune erano attive nella Resistenza, altre avevano subito persecuzioni o esili, e molte avevano già maturato un impegno sindacale e sociale. Nonostante le pressioni a limitare il loro raggio d’azione ai cosiddetti temi “femminili”, inserirono concetti innovativi nella Carta costituzionale.
Articoli chiave frutto del loro impegno
Tra i risultati più significativi vi è l’inclusione nel testo costituzionale di principi come l’uguaglianza sancita dall’articolo 3, che afferma la pari dignità sociale e l’uguaglianza davanti alla legge senza distinzione di sesso. Le costituenti ottennero inoltre norme importanti su famiglia, maternità, tutela dell’infanzia e parità nel lavoro, espresse negli articoli 29, 30, 31 e 37. Gli articoli 48 e 51 ribadiscono il diritto di voto e la possibilità per le donne di accedere agli uffici pubblici in condizioni di uguaglianza.
Alcuni risultati rimasero incompleti: la proposta di accesso delle donne in magistratura, sostenuta da numerose costituenti, fu respinta e solo negli anni successivi la legislazione si aprì completamente a tutti gli incarichi pubblici.
Un bilancio ancora aperto
Il percorso iniziato con il voto del 2 giugno e con l’azione delle madri costituenti ha prodotto cambiamenti duraturi, ma la strada verso la piena parità è rimasta incompleta. La rappresentanza femminile nelle istituzioni ha oscillato nel tempo e, anche se oggi la presenza delle donne nei parlamenti è aumentata rispetto alla prima legislatura repubblicana, rimangono gap significativi soprattutto nelle cariche locali e regionali.
La memoria di quell’impegno rimane però una guida: il lavoro politico, l’organizzazione dal basso e la capacità di trasformare esperienze sociali in riforme costituiscono ancora oggi strumenti fondamentali per avanzare verso una cittadinanza pienamente paritaria.
