La chiusura della terza stagione di Euphoria pubblicata il 31 maggio, ha acceso un acceso dibattito mediatico: il capitolo conclusivo, intitolato In God We Trust mescola simboli nazionali, una parabola personale di dipendenza e la spirale del fentanyl che sta colpendo i giovani negli Stati Uniti. La scena in cui Cassie e Lexi scambiano una frase lapidaria sulla dipendenza introduce un finale che per molti spettatori è al contempo coerente e doloroso.
La trama finale: Rue, le pillole contaminate e il tributo a Fez
La linea narrativa principale ruota attorno a Rue Bennet (Zendaya), il cui arco si concentra su una ricerca di redenzione che assume tonalità religiose e nostalgiche. Nella parte centrale dell’episodio Rue assume una dose di Percocet contaminata da fentanyl somministrata non dalla protagonista ma da Alamo, figura che funge da intermediario nella catena di spaccio. Questo evento ricalca il tema ricorrente della serie: la vulnerabilità dei giovani davanti a sostanze letali e l’impatto di un mercato criminale senza scrupoli.
La sequenza conclusiva è costruita come un sogno in cui Rue attraversa il suo passato: la comunità, volti amici come Jules, la madre Leslie e la casa d’infanzia. Parte di queste scene sono anche un omaggio all’attore Fezco, riproposte con materiale girato quando l’interprete era ancora in vita; il regista dichiara così la volontà di rendere la puntata un tributo alla memoria dell’attore scomparso. L’esito è narrativamente ambivalente: la morte appare quasi normale, accompagnata da un clima di indifferenza che lascia interrogativi sul valore che la serie assegna alle vite spezzate.
L’indifferenza dei personaggi e la solitudine di Rue
Nel corso della terza stagione l’isolamento di Rue diventa più marcato: i suoi rapporti si sgretolano e molti dei co-protagonisti — da Jules a Maddy, passando per Lexi e Nate — ricevono uno spazio narrativo più frammentato. Lo spettatore percepisce una distanza crescente tra Rue e gli altri, al punto che l’unico personaggio profondamente scosso dalla sua perdita sembra essere Ali, il mentore ritrovato nei percorsi di riabilitazione. Il risultato è una rappresentazione della solitudine come componente centrale della tossicodipendenza, dove l’etichetta sociale di “tossicodipendente” tende a isolare il soggetto e a ridurne l’umanità agli occhi degli altri.
Sam Levinson: critiche, difese e il contesto sociopolitico
Il regista e creatore della serie, Sam Levinson, ha incontrato il pubblico e la stampa durante un festival cinematografico il 29 giugno 2026, ribadendo la sua posizione sulle polemiche: la rappresentazione della misoginia online e l’accusa di aver glorificato le droghe vengono respinte come fraintendimenti della sua intenzione artistica. Levinson sostiene di raccontare la realtà contemporanea, compresa la diffusione dell’oppioide noto per essere estremamente potente, e rinvia la responsabilità di cambiamenti sociali e politici a dinamiche più ampie che riguardano il mercato e le istituzioni.
Nel suo intervento il regista ha anche ricordato aspetti della libertà di espressione americana, citando il valore del Primo Emendamento come terreno che permette di raccontare storie scomode. Parallelamente ha annunciato di aver già iniziato a lavorare a nuovi progetti, tra cui un film pensato per un pubblico più giovane, segnalando una volontà di esplorare registri narrativi differenti dopo tre stagioni intense e controverse.
La denuncia del fentanyl e il discorso sociale nella serie
All’interno della finzione, il tema del fentanyl viene affrontato come emergenza sanitaria e commerciale. Attraverso il monologo di Ali e lo svolgersi degli eventi, la serie indica la diffusione di questa sostanza come una piaga che colpisce fasce d’età sotto i cinquanta anni, mettendo in evidenza la connessione tra domanda, offerta e la lentezza delle risposte istituzionali. Il messaggio non è moralizzante nel senso tradizionale: piuttosto, è un quadro critico delle dinamiche che rendono i giovani particolarmente esposti a rischi letali.
In definitiva, il finale di Euphoria rimane divisivo perché mette insieme elementi simbolici — dal motto nazionale presente sulle banconote al richiamo religioso — con una rappresentazione cruda della dipendenza e delle sue conseguenze. Le scelte narrative di Levinson provocano domande sulla responsabilità del racconto televisivo ma confermano anche la volontà di mettere a fuoco una crisi sociale reale e dolorosa.



