Drive in, oltre le tette delle ragazze fast food il nulla

Mercoledì sera quel furbone di Alessio Vinci, per Matrix, ha rimandato in onda una puntata del Drive in – lo storico programma comico di Antonio Ricci – con annesso dibattito, andato poi in onda a tarda notte e quindi verosimilmente seguito da pochi intimi.

Poco male, visto che ad animarlo, accanto a due giornalisti dell’Unità e del Fatto quotidiano, c’erano i difensori d’ufficio Fabrizio Rondolino, “compagno” di casa Mediaset, e Gianluca Nicoletti, che è una specie di Mollica del Tg1: assolve qualsiasi porcheria veda, ma usando un linguaggio da cineforum degli anni 70, utilissimo per conciliare il sonno del telespettatore.

Comunque, la domanda – come mai d’attualità di questi tempi – era la solita: il Drive in ha segnato l’inizio della corruzione del costume degli italiani? Ha imposto il modello della velina (allora ragazza fast food), ovvero della donna oggetto, ornamento e arredo scenico dello spettacolo, incapace di aprire bocca ma piacevole alla vista e stuzzicante per gli ormoni maschili? E soprattutto, quanto di quel modello riproposto per anni sul piccolo schermo è entrato nei comportamenti e nelle scelte degli italiani? Quanto c’entra con le ragazze che sognano il futuro da divetta tv, con le mamme e i papà che iscrivono le figlie ai concorsi di bellezza, con la prostituzione dilagante e con l’indifferenza nei confronti delle serate arcoriane del bunga bunga?

Domande difficili e complesse, per le quali servirebbe un saggio piuttosto che un post.

Nelle poche righe che ci restano possiamo provare a dire un paio di cose. Uno, condannare Drive in oggi sembra ingeneroso. A suo modo innovò nel panorama televisivo, lanciando la comicità demenziale e le ragazze maggiorate e mezze nude a fare da simpatico e gustoso contorno. Tra l’altro, a differenza delle veline di oggi, ogni tanto parlavano pure. Ma insomma l’esperimento, all’alba degli anni 80, poteva essere considerato come una strampalata e allegra provocazione, niente per il quale coprirsi gli occhi e inorridire.

Il fatto è che quel modello – e veniamo al punto due – è stato copiato e importato in qualunque altro contesto televisivo: da ogni genere di trasmissione d’intrattenimento al talk show, dal quiz all’informazione sportiva, il piccolo schermo è stato riempito di ragazze in mutande e reggiseno, sempre mute e alle volte addirittura immobili, per svolgere un ruolo ornamentale accanto al conduttore maschio incravattato, rispetto al quale la posizione di umiliante subordinazione appare esplicita. Insomma è l’immagine della donna nel complesso dei palinsesti che ha prodotto danni, ma l’andazzo non è imputabile al Drive in, semmai in chi l’ha preso a modello, anche e soprattutto quando non c’entrava nulla.

Poi certo, la trasmissione in sé, anche a riguardarla oggi, appare di una povertà artistica e comica desolante. Infatti non stupisce che nessuno di quei comici, finito il programma, abbia fatto carriera, a parte Ezio Greggio, per uno di quei misteri che rimarranno per sempre inspiegabili. Restano le tette delle ragazze, e quelle ce le rammentiamo tutti, per il resto: nulla assoluto. D’altra parte, come ha scritto molto bene un mio lettore, dei programmi di Ricci giusto della gnocca ci si può ricordare.

(In alto: una tipica inquadratura da Drive in).

Scritto da Style24.it Unit
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