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2 Luglio 2026

Come Mia Hamm ha evidenziato la gestione del dolore nello sviluppo del calcio femminile negli Stati Uniti

Mia Hamm racconta le difficoltà sanitarie vissute durante la sua carriera e partecipa a una campagna che spinge a parlare del dolore femminile nello sport. Il quadro include la storia delle leghe professionistiche e le nuove risorse offerte dal mondo del calcio femminile.

Come Mia Hamm ha evidenziato la gestione del dolore nello sviluppo del calcio femminile negli Stati Uniti

Quando Mia Hamm annunciò la fine della sua carriera professionistica nel 2004, il panorama del calcio femminile negli United States era ancora in piena trasformazione. La sua esperienza da fuoriclasse, iniziata con la chiamata in nazionale a soli 15 anni si concluse con un palmarès impressionante: tra le statistiche ufficiali figurano 276 presenze e 158 gol con la United States Women’s National Team insieme a titoli come la Coppa del Mondo e il doppio oro olimpico.

Quel 2004 fu allo stesso tempo un punto di svolta collettivo: la Nazione vinse ogni torneo a cui partecipò e chiuse con l’oro ai 2004 Olympic Games. Ma il successo sui campi conviveva con limiti strutturali fuori dal rettangolo di gioco: all’epoca la Women’s United Soccer Association (WUSA) aveva cessato l’attività, ufficialmente nel September 2003 mentre le successive istanze professionistiche sarebbero arrivate solo più tardi con la Women’s Professional Soccer (WPS) nel 2009 e la National Women’s Soccer League (NWSL) nel 2012.

Condizioni sanitarie e cultura del «resistere» durante la carriera di Hamm

Nel racconto di Mia emergono aspetti meno visibili del successo sportivo: in molti casi le giocatrici convivevano con dolori e infortuni in assenza di reti di sostegno adeguate. Le soluzioni erano spesso improvvisate — un bagno ghiacciato e poi la spinta a “get on with it.” — e la cultura dominante invitava a sopportare senza mostrarsi vulnerabili. Mia sottolinea che “Just because you acknowledge the pain doesn’t mean you’re not tough.” e rimarca quanto fosse difficile per molte atlete decidere se rivelare un problema fisico, sapendo che questo avrebbe potuto compromettere la convocazione per il successivo raduno.

La situazione amministrativa contribuiva alla precarietà: diverse compagne di squadra erano ancora coperte dalle assicurazioni dei genitori o prive di copertura, rendendo l’accesso alle cure complicato. In molti casi la carriera e il sostentamento dipendevano dalla capacità di giocare, così la gestione del dolore diventava anche una questione economica e professionale.

Dal periodo di Hamm alle nuove tutele: strutture, consigli e fondi

Da quegli anni a oggi il movimento ha compiuto significativi passi avanti. La NWSL oggi conta 16 squadre operative e il livello contrattuale delle giocatrici è aumentato, insieme alle strutture dedicate alla prevenzione e al recupero. A marzo la lega ha istituito il NWSL Health Advisory Council un organo che riunisce esperti medici, ricercatori, innovatori e atlete per orientare le politiche di cura e benessere delle giocatrici.

Iniziative private e filantropiche

Parallelamente, partnership tra brand e organizzazioni sportive hanno generato risorse concrete per migliorare il supporto alle atlete. Un esempio è l’impegno di Tylenol sponsor ufficiale della NWSL che ha destinato $1 million a progetti legati al recupero e alla cura delle giocatrici. La collaborazione coinvolge anche figure come Mia Hamm e la giocatrice Emma Sears nella campagna PainTalk volta a normalizzare il dialogo sul dolore nello sport femminile e a incoraggiare le atlete a chiedere aiuto precocemente.

Una parte dei fondi è stata destinata alla Women’s Sports Foundation che ha lanciato il grant “Athlete Recovery and Care Commitment”: il programma assegna $10,000 a 12 atlete per coprire spese mediche, strumenti di recupero e servizi correlati, offrendo un supporto tangibile a chi affronta infortuni o percorsi di riabilitazione.

Supporto emotivo e prospettive future per le atlete

Oltre alla sfera fisica, è cambiata anche l’attenzione verso l’aspetto emotivo e psicologico. Mia osserva che, senza una squadra professionistica stabile all’esterno del contesto nazionale, il sostegno era limitato ai periodi di raduno; oggi invece molte giocatrici trovano un supporto continuativo a livello di club. Tuttavia, la leggenda del calcio avverte che resta ancora molto da fare per rendere la parola “dolore” parte integrante del dialogo quotidiano intorno alla salute delle donne nello sport: “We tend to put everyone else’s needs ahead of our own.

La campagna attuale non punta solo alle professioniste: è pensata per donne di tutte le età e condizioni, con l’obiettivo di favorire una cultura che valorizzi la cura personale e la condivisione dei problemi di salute. Il messaggio è chiaro e inclusivo: prendersi cura di sé è segno di responsabilità e forza, non di debolezza.

Nel bilancio tra passato e presente, la testimonianza di Mia Hamm mette in luce sia i sacrifici che hanno segnato una generazione di atlete sia i progressi strutturali e culturali che oggi permettono alle giocatrici di contare su migliori tutele mediche, risorse economiche e supporto psicologico.

Autore

Matteo Pellegrino

Matteo Pellegrino ha organizzato una sfilata pop-up nei vicoli del Quartieri Spagnoli per promuovere giovani designer; è editorialista moda che cura rubriche su artigianato e tendenze locali. Nato a Napoli, conserva bozze di pattern e appunti presi nelle sartorie di via Toledo.