La guerra e l’occupazione modificano non solo gli spazi pubblici ma anche la sfera privata: il modo in cui le persone si curano, si proteggono e vivono la quotidianità cambia radicalmente. Il report di WeWorld intitolato Her Future at Risk raccoglie 57 testimonianze da Gaza, Cisgiordania e diaspora per mostrare come donne palestinesi affrontino quotidianamente mancanza d’acqua, scarso accesso ai servizi sanitari e insicurezza alimentare. Questo lavoro adotta un approccio decoloniale, cioè dà priorità alle voci dirette delle donne per restituire loro il controllo della narrazione.
Le storie raccolte rivelano che molte azioni elementari diventano fatiche enormi: procurare cibo, reperire medicine, trovare un luogo sicuro dove dormire. Queste attività ricadono in gran parte sulle donne, trasformando la cura in un lavoro continuo e rischioso. Nel racconto emergono anche pratiche di sopravvivenza improvvisate — dall’uso di dentifricio o sabbia per lavarsi all’impiego della cenere per l’igiene — che traducono la mancanza di risorse in perdita di dignità e salute riproduttiva.
La cura quotidiana come primo fronte
In contesti di emergenza la gestione della casa e della famiglia si trasforma in un impegno a tempo pieno. Le donne sono chiamate a organizzare spostamenti per recuperare acqua e viveri, a vegliare sui figli e a cercare medicinali, spesso esponendosi a pericoli esterni. La testimonianza di una donna di 33 anni sintetizza questo sforzo: la difficoltà nel reperire la farina è diventata simbolo della trasformazione della paura dei bombardamenti nella paura di non avere da mangiare. Queste immagini mostrano come la crisi umanitaria comporti anche una erosione della routine e del benessere psicologico.
Igiene e salute riproduttiva come indicatori di crisi
Il rapporto evidenzia inoltre come la mancanza di servizi igienici adeguati renda particolarmente difficile la gestione del ciclo mestruale. Nei rifugi sovraffollati e negli spazi temporanei la privacy scarseggia, i prodotti per l’igiene sono insufficienti e le donne ricorrono a soluzioni di fortuna che aumentano il rischio di infezioni. Qui salute sessuale e riproduttiva non sono questioni marginali, ma elementi centrali per valutare l’impatto a lungo termine della crisi sul corpo e sulla dignità femminile.
Violenza, restrizioni e perdita di spazi sicuri
La pressione economica e il trauma collettivo aggravano dinamiche patriarcali già presenti, rendendo la violenza di genere più frequente sia in ambito domestico sia in luoghi che dovrebbero offrire protezione. Anche attività apparentemente semplici, come ritirare aiuti o prendere acqua, possono esporre le donne a molestie. Questo restringimento degli spazi di autonomia limita la possibilità di denunciare abusi e di accedere ai servizi di assistenza, aumentando la vulnerabilità e l’isolamento.
Operatrici umanitarie e il paradosso della leadership
Un dato ribadito dal report è il ruolo fondamentale delle operatrici locali: mediatrici, educatrici e volontarie sono spesso il primo punto di contatto per chi subisce violenza e per chi necessita di aiuto. Nonostante ciò, la leadership femminile è sistematicamente esclusa dalle decisioni strategiche e dai principali flussi di finanziamento, creando un paradosso in cui chi sostiene la risposta sul campo riceve poche risorse per incidere sulle politiche.
Resilienza collettiva e prospettive per il futuro
La risposta delle donne palestinesi prende forma attraverso la sorellanza e il mutuo aiuto: condivisione del cibo, cura dei figli altrui e organizzazione di reti di sostegno emotivo diventano una vera e propria infrastruttura sociale. Molte testimonianze sottolineano che la ricostruzione, quando sarà possibile, non potrà avvenire senza l’apporto e la leadership femminile, perché le donne conoscono bisogni e linguaggi dei loro territori. Questa capacità organizzativa viene descritta come sumud, ossia una forma di resistenza quotidiana che tiene insieme il tessuto sociale.
Per tradurre queste esperienze in azione servono due cose: riconoscere la specificità dell’impatto sulle donne e indirizzare risorse a organizzazioni guidate da donne, per garantire interventi culturalmente adeguati e sicuri. Il report di WeWorld mette in luce che senza il riconoscimento della leadership femminile ogni piano di ricostruzione rischia di essere incompleto e inefficace. Le voci raccolte invitano a ripensare la risposta umanitaria ponendo al centro la dignità, la salute e l’autonomia delle donne.

