Ogni giorno utilizziamo oggetti senza chiederci il motivo della loro progettazione. Le targhe automobilistiche sono un esempio perfetto. Quello che sembra un semplice insieme di sette caratteri nasconde un sistema di progettazione studiato per garantire leggibilità e unicità in ogni condizione.
In Italia, il formato attuale delle targhe, introdotto nel 1994 e ancora in vigore, segue uno schema fisso: due lettere, tre cifre, due lettere. Dietro questa combinazione apparentemente semplice si nasconde un sistema studiato per garantire che ogni targa sia leggibile senza ambiguità, anche a distanza, di notte o da una telecamera in movimento.
Le lettere escluse e il motivo
Le lettere che non trovi mai sulle targhe italiane sono Q, I e O. Tre sole lettere, ma la loro assenza risolve un problema enorme: la confusione visiva con altri caratteri.
La I è quasi identica al numero 1. La O è praticamente indistinguibile dallo 0. E la Q pur essendo meno ovvia, assomiglia abbastanza alla O da creare potenziali errori di lettura, soprattutto in condizioni di scarsa visibilità o ad alta velocità. In un sistema dove ogni combinazione deve essere unica e riconoscibile, anche un solo carattere ambiguo può mandare tutto in tilt.
Non è una questione di estetica o di superstizione: è ergonomia visiva applicata alla sicurezza stradale. Le forze dell’ordine devono poter leggere una targa in pochi secondi. I sistemi di rilevamento automatico – come quelli dei tutor in autostrada – devono identificarla senza margine di errore. Eliminare le lettere ambigue è la soluzione più semplice ed efficace.
Una scelta comune a molti paesi
L’Italia non è l’unica ad aver fatto questa scelta. Molti paesi europei adottano esclusioni simili, anche se con piccole variazioni. In Germania per esempio, alcune lettere vengono evitate per ragioni storiche oltre che visive: combinazioni come SS o SA richiamano sigle del regime nazista e sono quindi bandite per legge. In altri paesi si escludono lettere che nella lingua locale si pronunciano in modo simile ad altre, creando confusione quando si comunica verbalmente una targa – pensa a quanto spesso si è costretti a sillabarla al telefono.
Il principio di fondo è sempre lo stesso: una targa deve funzionare bene in ogni condizione di lettura possibile, sia umana che automatica.
Il sistema delle combinazioni possibili
Togliere tre lettere dall’alfabeto non impoverisce poi così tanto il sistema. Con 23 lettere disponibili e tre cifre numeriche, le combinazioni possibili sono comunque nell’ordine delle decine di milioni. Abbastanza per coprire tutti i veicoli circolanti in Italia con ampio margine.
C’è anche un altro livello di esclusione che in pochi conoscono: alcune combinazioni di lettere vengono evitate perché formano parole o acronimi volgari, offensivi o potenzialmente imbarazzanti. Chi gestisce il sistema – il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti – filtra queste sequenze prima che vengano assegnate. Non esiste quindi una targa che, per pura casualità, finisca per scrivere qualcosa di inappropriato.
Ogni dettaglio – il font usato, la dimensione dei caratteri, lo sfondo retroriflettente, le lettere escluse – risponde a una logica funzionale. Non è design per il gusto del design: è design al servizio di un obiettivo preciso.
La prossima volta che ti fermi a un semaforo e guardi la targa dell’auto davanti, saprai che quelle sette lettere e numeri sono il risultato di scelte molto più ragionate di quanto appaiano.



