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13 Luglio 2026

Sessismo nello sport: come il linguaggio riflette e perpetua le disuguaglianze

Un'analisi approfondita di come il linguaggio utilizzato per descrivere le atlete rivela e rafforza stereotipi di genere nello sport

Sessismo nello sport: come il linguaggio riflette e perpetua le disuguaglianze

Parlare di sport è un’arte, ma lo facciamo sempre in modo corretto? La narrazione intorno alle atlete è spesso permeata di elementi sessisti che, nella maggior parte dei casi, passano inosservati. Questi pregiudizi si manifestano in titoli e articoli inopportuni che, sebbene possano sembrare innocui, hanno un impatto significativo sulla percezione collettiva.

Per comprendere meglio queste dinamiche, abbiamo intervistato Vera Gheno, linguista, attivista e autrice. Con lei abbiamo esplorato le radici di questa disparità e identificato alcuni campanelli d’allarme che caratterizzano il linguaggio sportivo quando si parla di atlete.

L’androcentrismo nello sport: un problema linguistico

Uno dei principali problemi è l’uso del termine “calcio femminile”. Questo termine, apparentemente innocuo, sottende un androcentrismo radicato. Non si specifica quasi mai “la nazionale di calcio maschile” ma “femminile” sì. Questo sbilanciamento linguistico riflette una disparità più ampia, che si manifesta anche a livello economico e sociale.

Vera Gheno spiega che “il linguaggio utilizzato per descrivere le atlete spesso le marginalizza, rendendole eccezioni piuttosto che la norma”. Questo approccio non solo minimizza i loro successi, ma contribuisce anche a rafforzare stereotipi di genere che hanno ricadute pratiche nella società.

Micro sessismi e cliché: quando il linguaggio distrae

Durante eventi sportivi come le Olimpiadi, è comune cadere in errori di narrazione che distraggono dall’aspetto sportivo. Ad esempio, si tende a commentare l’avvenenza delle atlete piuttosto che le loro performance. Questo fenomeno è stato evidente anche durante Milano Cortina 2026, dove atlete come Jutta Leerdam sono state descritte più per il loro aspetto fisico che per i loro risultati sportivi.

Gheno sottolinea che “questi micro sessismi, apparentemente benevoli, passano inosservati se non si allarga lo sguardo”. Inoltre, le relazioni personali delle atlete vengono spesso citate in modo irrilevante, come se il loro valore fosse legato ai loro legami familiari piuttosto che ai loro successi sportivi.

Il mito della mamma atleta: un cliché dannoso

Un altro cliché dannoso è quello della “mamma d’oro” che suggerisce che diventare madre renda una donna meno capace di eccellere nello sport. Questo stereotipo non solo minimizza i successi delle atlete madri, ma contribuisce anche a rafforzare l’idea che il ruolo principale di una donna sia quello di madre.

Gheno avverte che “questo tipo di narrazione può avere effetti devastanti sui diritti delle donne”. In una società in cui l’accesso all’aborto è sempre più limitato, alimentare l’idea che la donna perfetta sia quella con figli è dannoso. Questo cliché ha ricadute pratiche, dalle differenze salariali alla distribuzione del lavoro di cura.

È fondamentale essere consapevoli di questi pregiudizi e lavorare per un linguaggio più inclusivo e rispettoso.

Autore

Beatrice Bonaventura

Beatrice Bonaventura ricorda la decisione di lasciare le passerelle di Firenze dopo un servizio su sartorie locali; da allora guida scelte stilistiche pratiche per lettori. In redazione propone palette sobrie e mantiene un archivio personale di tagli e cartamodelli d’epoca.