Ancora una volta una vecchietta decide di darsi al traffico di cannabis, con esilaranti risultati
Raccontare lo stato di prostrazione economica, esistenziale e politica dei nostri tempi (la cosiddetta “Crisi”) non è affatto facile, sopratutto per un mezzo come il cinema che fa della sintesi, del simbolo e della metonimia le sue armi principali.
C’è allora chi sceglie di mettere in scena questo panorama in modo drammatico, con sceneggiature che parlano di rinunce laceranti e difficoltà della vita di tutti i giorni, e chi invece preferisce la lama del sorriso allo scopo di penetrare meglio tra le pieghe del dramma quotidiano.
Paulette, la commedia francese di Jerome Enrico attualmente in sala, nel cast della quale troviamo Bernadette Lafont, l’attrice feticcio di Pedro Almodovar e Alex de la Iglesia Carmen Maura, Dominique Lavanant e Françoise Bertin, rappresenta proprio il secondo caso.
L’anziana signora eponima, infatti, vive in un complesso residenziale della periferia di Parigi con una magra pensione da pasticciera, riuscendo a malapena a tirare avanti. La sua sicurezza crolla infine quando il fisco vuole pignorarle la casa. Tuttavia la donna, un orso sgarbato, lamentoso e razzista, un giorno si accorge di strani movimenti sotto casa sua: dopo qualche indagine comprende trattarsi di spaccio di droga, un business proficuo cui non aveva mai pensato. Grazie alla sua intrapredenza, al carattere forte, al talento professionale e all’aiuto della sue amiche, riuscirà a introdursi nel mondo del traffico di cannabis, conquistando il rispetto e la stima dei delinquenti locali e del boss del quartiere.
La pellicola però non è solo una leggera favoletta, come ci tiene a precisare il regista, ma costituisce anche lo spunto per una riflessione sociale:
“Paulette è una commedia sociale sulla delinquenza nella terza età e su una società che spesso non offre alternative alla miseria per i suoi anziani. Paulette è odiosa e razzista, ma perché è diventata così? Si può venir fuori dalla precarietà e dalla solitudine quando non si lavora più? In che mondo viviamo per arrivare a fregarcene delle nostre radici? È un tema poco affrontato al cinema. Paulette non è un film sulla cannabis, ma sulla precarietà e sulla solitudine della terza età.”

