The Killer Inside Me, il thriller con la dark lady Jessica Alba e l’intenso Casey Affleck

Siamo stati a vedere The Killer Inside Me (tradotto, per una volta in maniera fedele – miracolo – “L’assassino dentro di me”), l’ultimo film del poliedrico regista Michael Winterbottom, che ha diretto opere di denuncia come The Road to Guantanamo, scandalose come 9 Songs e sperimentali come A Cock and Bull Story e che può annoverare tra i suoi meriti il grosso contributo che ha fornito nel lancio della carriera di un’attrice come Rachel Weisz.

Finita la presentazione del regista passiamo al film vero e proprio. Come ci aveva ricordato la nostra Alessandra Buccheri di L’Angolo nero, la pellicola dell’autore inglese è tratta da un libro, scritto da Jim Thompson, molto apprezzato negli Usa, tanto da essere stato incluso tra le opere più rappresentative della letteratura americana di genere.

È la storia del vice-sceriffo di un piccolo paesino del Texas, di nome Lou Ford (interpretato da un ottimo Casey Affleck, gelido e intenso), all’apparenza un onesto cittadino, coscienzioso, con una fidanzata modello e un lavoro cui si dedica con passione.

Il film inizio proprio con il venire meno di questa facciata di rispettabilità: a Lou viene affidato l’incarico di allontanare dalla città la prostituta Joyce (una Jessica Alba come al solito splendida, non intensissima ma sicuramente in parte nella sua rappresentazione di una dark lady); l’incontro con la ragazza costituirà l’inizio di una discesa agli inferi, sia per Lou che per coloro che gli stanno attorno. Tra costoro segnaliamo Kate Hudson, che interpreta la fidanzata di Lou, in un ruolo a tinte forte e per lei abbastanza inedito, e la breve comparsata di Bill Pullman, lontano dalle scene da lungo tempo, forse troppo, vista l’energia che sprigiona.

Il film si inserisce nel filone del noir, pur essendo ambientato quasi tutto di giorno, fattore sottolineato da un’ottima fotografia che restituisce la luce netta e accecante dell’assolato Texas, quasi a voler suggerire come la pazzia, la follia omicida del protagonista non sia poi un lato così nascosto della sua personalità, ma un elemento evidente, che si nasconde sotto una superficie perfettamente visibile. Una delle caratteristiche del film, infatti, è quella di voler esulare dalla spiegazione psicologica delle azioni di Lou: è vero, ci sono alcuni flashback che danno alcune informazioni importanti, ma sta al pubblico collegarli (se vuole e crede sia giusto) all’etica del protagonista. La violenza mostrata nel film, e in particolar modo la violenza sulle donne, è un elemento che spiazza, perché arriva improvvisa e per l’appunto in maniera quasi ingiustificata: tuttavia chi scrive ha trovato che le scene incriminate siano state girate con grande perizia e sopratutto con un certo rispetto per le situazioni rappresentate, senza alcun compiacimento estetico, quindi.

Ovviamente non è un film per tutti, non solo per le tematiche trattate, ma anche per quanto riguarda il ritmo dell’opera, che ha un andamento piuttosto lento, quasi ipnotico, divisa tra la descrizione di una normalità allucinata e gli improvvisi squarci di follia: si ricava una sensazione assurda di attesa rassegnata della fine, unita ad un fatalismo per il quale le azioni del protagonista non possono essere in alcun modo evitate, dato che si tratta di espressioni di un’urgenza cui non può assolutamente sottrarsi; a ciò si aggiunga anche la scelta del regista di rimanere sostanzialmente estranei al punto di vista di Lou, seppure spesso la sua voce narrante accompagni lo spettatore, ma senza fornirgli particolari elementi interpretativi.

Insomma, stomaco di ferro e pazienza: chi saprà armarsi di queste doti potrà apprezzare un film interessante, riuscito e controverso, che non eviterà di porgere interrogativi scottanti al termine della visione.

Scritto da Style24.it Unit
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