L’avvio d’anno per il comparto tessile-abbigliamento italiano si presenta con luci e ombre: da un lato permangono elementi di forza legati a un saldo commerciale positivo e a una quota rilevante nella produzione europea, dall’altro si osservano contrazioni nei mercati extra Ue e nel fatturato rispetto all’anno precedente. Le cifre più importanti aiutano a comprendere la dimensione del fenomeno e i rischi potenziali per la catena del valore nazionale.
Il settore conta oltre 37mila imprese e circa 372.200 addetti, componenti che costituiscono il 9,5% dell’occupazione manifatturiera italiana. Questi numeri fotografano un ecosistema che resta strategico per il Paese, ma che necessita di risposte rapide per non disperdere risorse produttive e competenze specializzate.
Risultati economici 2026 e andamento dell’export
Nel 2026 il comparto ha registrato un fatturato pari a 58,39 miliardi di eurocon una flessione del 2,4% rispetto all’anno precedente. Le esportazioni hanno segnato una diminuzione dell’1,6%, attestandosi a 36,9 miliardi di europur mantenendo una propensione all’export elevata pari al 63,3% del fatturato totale. Il saldo commerciale è rimasto ampiamente positivo, oltrepassando i 10,4 miliardi di euro, confermando il contributo netto del tessile-abbigliamento all’economia nazionale.
Distribuzione interna ed europea della produzione
L’Italia detiene circa il 30% della produzione europea di tessile-abbigliamento e si conferma il principale produttore nell’Unione europea. Allo stesso tempo il settore mantiene posizioni di rilievo nella classifica dei maggiori esportatori mondiali del comparto. Sul piano degli sbocchi commerciali la Francia resta il primo partner, seguita da Germania e Stati Uniti, mentre il contributo dell’abbigliamento rimane predominante, generando il 68,6% del fatturato e il 73,9% delle esportazioni del settore.
Contrazione nei mercati extra Ue e impatto sui brand
Il rallentamento non è omogeneo: se l’area Ue ha segnato una crescita nelle esportazioni, il resto del mondo ha evidenziato un calo superiore al 5% nel 2026. In particolare, paesi strategici come la Cina e la Corea del Sud hanno registrato contrazioni significative, con trend negativi che pesano soprattutto sui segmenti più esposti all’export di lusso e su quei brand che dipendono in modo rilevante da questi mercati. Negli ultimi mesi anche Giappone e Stati Uniti hanno mostrato peggioramenti nell’ordine di grandezza del 10% rispetto a precedenti periodi.
Questa dinamica internazionale mette in evidenza come le tensioni commerciali, i dazi e i mutati equilibri geopolitici possano tradursi rapidamente in perdite di quote di mercato e in pressioni sui margini delle imprese. In questo contesto alcune aziende hanno registrato performance contrarie alla tendenza generale, ma il rischio di frammentazione della filiera rimane concreto se non si interviene con una visione industriale organica.
Le leve indicate per sostenere la filiera: regolazione, sostenibilità e formazione
I vertici del comparto sottolineano la necessità di azioni coordinate a livello europeo per armonizzare regole e facilitare investimenti che rafforzino la competitività. Tra le leve più citate spiccano la sostenibilità come vettore di valore per il patrimonio produttivo e l’adozione di tecnologie avanzate, in particolare l’intelligenza artificialeritenuta utile per innovare processi e modelli di business.
Sul fronte della formazione si segnala un cambiamento di tendenza: cresce l’interesse dei giovani per i percorsi tecnici dedicati al settore, e sono in corso iniziative per integrare la filiera della moda tra gli asset strategici nella programmazione delle politiche industriali dell’innovazione tecnologica. La combinazione di competenze rinnovate e strumenti digitali è vista come elemento cruciale per gestire le transizioni e preservare i nodi produttivi centrali.
In definitiva, i dati delineano un quadro che richiede una reattività elevata da parte delle imprese e del sistema-paese: mantenere il modello basato sul “bello e ben fatto”investire in sostenibilità e tecnologia e favorire una formazione mirata sono le direttrici indicate per evitare la perdita di imprese e mantenere il ruolo competitivo dell’Italia nel tessile-abbigliamento a livello europeo e mondiale.



