Il congelamento degli ovuli, noto anche come social freezing è un argomento di grande attualità, ma spesso circondato da disinformazione e luoghi comuni. Tra chi lo vede come una soluzione infallibile e chi lo considera un capriccio, la realtà clinica si perde nel rumore. La dottoressa Monica Calcagni, ginecologa esperta in medicina riproduttiva, ha deciso di fare chiarezza su questa procedura, smontando i miti e fornendo informazioni precise e utili.
La crioconservazione degli ovociti non è una novità degli ultimi anni. La sua storia risale agli anni Ottanta quando veniva utilizzata principalmente per donne che dovevano affrontare trattamenti oncologici come la chemioterapia o la radioterapia. L’obiettivo era preservare la fertilità prima che queste terapie compromettessero irreversibilmente la riserva ovarica.
L’evoluzione del social freezing: dalla medicina alla scelta personale
Un momento cruciale per la procedura è arrivato nel 2012 quando la American Society of Reproductive Medicine (ASRM) ha approvato ufficialmente il congelamento degli ovuli per le pazienti oncologiche. Due anni dopo, nel 2014 grazie a ricerche che ne hanno confermato la sicurezza e l’efficacia, la stessa ASRM ha esteso l’approvazione al social freezing ovvero la crioconservazione degli ovociti per ragioni personali, lavorative o sociali.
Il social freezing permette alle donne di posticipare la maternità per motivi legati alla carriera, alle relazioni, alla situazione economica o ad altre circostanze. Tuttavia, la narrazione che ne viene fatta, soprattutto sui social media, è spesso lontana dalla realtà clinica. È fondamentale comprendere che questa procedura non è una garanzia assoluta, ma un’opzione che offre possibilità concrete, se ben informata.
L’età: un fattore cruciale spesso sottovalutato
Uno degli aspetti più importanti, e spesso trascurati, del congelamento degli ovuli è l’età della donna. La qualità degli ovociti è strettamente legata all’età e diminuisce con il passare degli anni. Ovociti prelevati da donne più giovani hanno maggiori probabilità di essere cromosomicamente integri e di dare origine a embrioni vitali rispetto a quelli prelevati da donne più anziane.
Gli specialisti concordano che la finestra ottimale per eseguire la procedura si colloca tra i 27 e i 32 anni quando la riserva ovarica è ancora abbondante e la qualità degli ovociti è elevata. Attendere fino ai 36, 37 o 40 anni non rende la procedura inutile, ma ne modifica significativamente le probabilità di successo. Una valutazione della riserva ovarica attraverso esami specifici è il punto di partenza indispensabile per qualsiasi percorso di crioconservazione.
La procedura passo dopo passo: cosa aspettarsi
Il processo di congelamento degli ovuli è articolato e richiede attenzione e monitoraggio medico. Inizia con una valutazione della riserva ovarica attraverso analisi del sangue e un’ecografia transvaginale. Questa fase è cruciale per capire quanti ovociti ci si può aspettare di recuperare e per personalizzare il protocollo di stimolazione.
Segue la stimolazione ovarica controllata che dura generalmente tra i 10 e i 14 giorni. La donna si inietta quotidianamente farmaci ormonali per stimolare le ovaie a produrre più follicoli del solito. Durante questo periodo sono previsti controlli ecografici ravvicinati per monitorare la risposta ovarica e adeguare le dosi se necessario.
Quando i follicoli raggiungono la maturità adeguata, viene somministrato un trigger che innesca l’ovulazione. Circa 36 ore dopo, si esegue il prelievo degli ovociti, una procedura minimamente invasiva eseguita in sedazione leggera. Gli ovociti recuperati vengono poi valutati in laboratorio e solo quelli maturi vengono sottoposti alla crioconservazione mediante vitrificazione, una tecnica di congelamento ultrarapido che ha migliorato significativamente i tassi di sopravvivenza degli ovociti dopo lo scongelamento.
Quando la donna decide di utilizzarli, gli ovociti vengono scongelati, fecondati in laboratorio e gli embrioni ottenuti vengono trasferiti in utero. Anche in questa fase, il tasso di successo dipende da molti fattori, tra cui la qualità degli ovociti conservati e le condizioni dell’utero al momento del trasferimento.
Effetti collaterali e rischi: un’informazione onesta
È importante conoscere anche gli effetti collaterali e i rischi associati alla procedura. Durante la stimolazione ormonale, possono verificarsi gonfiore addominale, tensione alle ovaie, sbalzi d’umore e stanchezza. Più raramente può verificarsi la sindrome da iperstimolazione ovarica (OHSS), una risposta eccessiva dell’organismo agli ormoni che può manifestarsi con dolore addominale intenso, nausea e gonfiore marcato.
Il monitoraggio ravvicinato durante la stimolazione è lo strumento principale per prevenire o gestire precocemente questa complicanza. I centri specializzati adattano i protocolli in base alla risposta individuale di ciascuna paziente, riducendo il rischio di reazioni eccessive. Il prelievo degli ovociti comporta i rischi tipici di qualsiasi procedura in sedazione, come sanguinamento o infezione, ma si tratta di complicanze gestibili e poco frequenti in centri con esperienza adeguata.
Il congelamento degli ovuli non è una soluzione magica, ma una procedura medica reale con potenzialità concrete e limiti altrettanto reali. La differenza tra un’esperienza vissuta con consapevolezza e una vissuta con aspettative distorte dipende dalla qualità dell’informazione che si riceve. Affidarsi a professionisti aggiornati e cercare informazioni precise è fondamentale per prendere decisioni informate e libere.



