Slut shaming: cos’è e perché evitarlo

Commenti e frasi negative continuano a fioccare sulle donne che non corrispondono a certe aspettative: come fermare quindi lo slut shaming?

Una società evoluta non sempre è tale in tutti i suoi aspetti. Purtroppo chi paga lo scotto di certi atteggiamenti retrogradi e offensivi sono le donne. Il fenomeno dello slut shaming ne è un esempio, ma non a tutti è chiaro in cosa consista: vediamo nel dettaglio cos’è e perché sia così fuori luogo.

Slut shaming: cosa è

La parola slut shaming è un neologismo che unisce il termine inglese slut, sgualdrina, a shaming, letteralmente far vergognare. È la gogna pubblica a cui sono condannate le persone, soprattutto quando si tratta di donne che vogliono affermare il proprio diritto alla libertà e alla scelta. Giudicare una persona a causa della sua apparenza, ecco il senso del termine slut-shaming. Lo stereotipo dietro a una visione della donna rigida e ancorata ai pregiudizi, si nasconde prima di tutto fra gli strati dei vestiti, la prima cosa che gli altri notano di noi.

Si spazia da giudizi superficiali sul modo in cui ci si veste fino agli insulti a sfondo sessuale, che spesso si tramutano in offese pesanti. Questi, purtroppo, non arrivano solo da sconosciuti online, ma anche da amici e amiche, fino al proprio fidanzato. Frasi come “Se l’è andata a cercare” sono all’ordine del giorno.

I pregiudizi

Nel 2011 nel campus universitario di Toronto avviene uno stupro: al processo, un agente di sicurezza fa notare l’abbigliamento della vittima.

La convinzione che il modo di vestirsi di una persona possa essere associata a una sua responsabilità in un’aggressione è un pregiudizio. Se è vero che ci sono abiti, stili o colori che più visibili di altri, è altrettanto vero che questi non sono mai un fattore di colpa. Quanto accaduto a Toronto mobilita l’opinione pubblica: viene organizzata una marcia di protesta, a cui seguiranno altre slutwalk in diverse città, fra cui Roma nel 2013.

La suddetta “sgualdrina” non è semplicemente una persona con una condotta sessuale che devia rispetto alle regole imposte. Bensì si tratta di un’idea che per secoli ha prosperato nella mente delle persone, utilizzata come stigma sociale. Dentro si cela il senso di vergogna e l’autoritarismo di chi vuole far sentire colpevole o inferiore a causa di un comportamento che si discosta dall’aspettativa.

Due pesi e due misure

Se un uomo passa da una ragazza all’altra viene considerato un figo e uno che ci sa fare, se invece lo stesso comportamento lo mette in atto una ragazza ecco fioccare giudizi e insulti negativi. Sembrano solo degli stereotipi, ma purtroppo molti ragionano ancora così. E a confermarlo sono anche tanti studi e ricerche sull’argomento, che dimostrano che le valutazioni su uomini e donne in merito alla sessualità cambiano drasticamente. Lo affermano molti esperti:

È un doppio standard che associa agli uomini competenza, sex appeal, fascino e alle donne povertà di sentimento, svalutazione, debolezza, ma soprattutto un disvalore gravissimo. Questa valutazione sessuale opposta è così intrisa nella nostra cultura, nel linguaggio, nelle credenze, che, ancora oggi, con fin troppa facilità, siamo in primis noi donne ad usare con eccessiva frequenza questi termini dispregiativi per indicare ogni comportamento femminile che non ci piace.

Il dilagare del fenomeno

Il fenomeno slut shaming appare in aumento anche nell’universo del web, dove, in particolare sui canali social, il confine fra libertà di espressione e attacco agli altri diventa estremamente labile. In rete è poi strettamente connesso anche al revenge porn, una vera e propria violenza e umiliazione per chi lo subisce.

Considerando quanto ancora siano frequenti i fenomeni di slut shaming, non si può fare a meno di constatare, nel concreto, quanti pochi passi in avanti siano stati fatti. Per un vero cambiamento urge innanzitutto una nuova forma di comunicazione. Una comunicazione più sensibile, empatica e attenta. Osservare, ascoltare senza giudicare e pesare le parole, che spesso sono ciò che fa più male.

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