Sarah Scazzi, se i turisti dell’orrore li crea la televisione

Il sociologo Erwin Goffman in ambito scientifico e Luigi Pirandello in ambito letterario hanno descritto la vita quotidiana ricorrendo alla metafora del teatro: ognuno di noi indossa una maschera, assume un ruolo per andare incontro alle aspettative degli altri, per rispettare il copione sociale che la parte impone.

Se questo accade in condizioni normali, nella vita di tutti i giorni, a maggior ragione le persone sono portate a controllare la propria spontaneità in un palcoscenico vero, come quello importantissimo della televisione, dove è indispensabile indossare una maschera che sia gradita al pubblico, ai milioni di occhi che sono pronti a giudicare e distruggere chiunque non rispetti le parti in scena.

Quindi, se così vanno le cose, sorprende che nelle chiacchiere da bar o in quelle dei salotti televisivi ci si possa stupire che chi ha ucciso Sarah Scazzi, o chi ne ha coperto l’omicidio, ostentasse a favore di telecamera disperazione, lacrime, sconforto, rabbia.

Tutti mentono, come suole ripetere Gregory House, e soprattutto tutti recitano un ruolo, a maggior ragione in tv dove la metafora del teatro si fa realtà e dove sul palco tutti sono chiamati a interpretare un ruolo: la conduttrice sensibile con gli occhi lucidi (che magari dentro di sé sta già contando i numeri dell’Auditel), l’esperto che ostenta la sua imperturbabilità e competenza scientifica (ma che in realtà si pavoneggia lusingato e orgoglioso di parlare a milioni di persone), l’amico della vittima che porta pupazzetti alla lapide (e che due secondi dopo inonda di sms gli amici per avvertire di essere finito in tivù) e appunto gli assassini che versano litri di lacrime.

Dentro questa logica dove tutto diventa spettacolo e nella quale tutti noi siamo classificabili solo attraverso tre categorie – attori, comparse o spettatori – acquista anche un senso la presenza ad Avetrana dei cosiddetti turisti dell’orrore, di quelli che domenica scorsa invece che andarsene al mare o al parco hanno intasato le strade del piccolo comune dove è vissuta e morta Sarah per visitare la casa del delitto e scattare fotografie di fronte ad essa.

Se l’infotainment televisivo ormai racconta la cronaca nera con il registro della fiction e del reality, se un caso atroce di omicidio diventa dentro il piccolo schermo una sorta di gioco in cui dilettarsi a fare i detective e scoprire assassino, movente e luogo del delitto, come al cinema davanti a un thriller o in un gigantesco Cluedo, allora c’è poco da stupirsi se poi migliaia di persone accorrono ad Avetrana per fotografare i luoghi di quello che si è imparato a vedere solo come un immenso set cinematografico, come una sorta di macabra grande casa del Grande fratello.

Scritto da Style24.it Unit
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