Pina 3D: trailer e recensione del film di Wim Wenders

Arriva nelle sale italiane l’ultimo film di Wim Wendes, un omaggio alla scomparsa Pina Bausch, grande innovatrice della danza. Trailer e recensione in anteprima su Blogosfere Spettacoli

Se ci si dovesse attenere al famoso detto zappiano “Parlare di musica è un po’ come danzare d’architettura” per scrivere una recensione sensata di Pina, opera cinematografica di Wim Wenders dedicata a Pina Bausch, si dovrebbe inventare un’acrobatica metafora sincretista. 

Io francamente non ne sono capace, per cui mi limiterò a dare le mie impressioni da profano della danza, arte che la coreografa a completamente modificato attraverso l’introduzione del suo Tanztheater, il teatro-danza.

Originariamente nato come una sorta di documentario su Pina Bausch, il film in seguito alla morte della danzatrice è divenuto poi un omaggio alla persona e al suo lavoro. Wenders ha deciso che il modo migliore per rendere tributo all’amica era quello di far parlare la danza: poche infatti sono le dichiarazioni sull’artista scomparsa nel 2009, tutte concernenti il suo metodo di lavoro e il suo rapporto coi propri ballerini, evitando così la trappola del biografismo agiografico o elegiaco.

E in effetti gli spettacoli messi in scena (Café Muller, Le sacre du printemps, Vollmond e Kontakthof), e gli assoli dei singoli ballerini esprimono bene quel desiderio, quel senso di solitudine, di dolore, ma anche la gioia e la libertà che permeavano le coreografia della Bausch.

Sin dalle prime fasi del progetto Wenders si era chiesto in che modo avrebbe potuto portare sugli schermi cinematografici la danza. La risposta venne spontanea non appena scoprì la tecnologia 3D al cinema.

Dovette però aspettare che fosse abbastanza avanzata da rendere possibili movimenti di macchina piuttosto complessi e lunghi. Il risultato però ricompensa per l’attesa: le riprese delle coreografie, infatti, beneficiano grandemente dell’effetto di profondità che le immagini provocano nello spettatore.

Il 3D di Pina infatti non tende a minacciare chi guarda con un avanzamento di campo verso il fondo, quanto piuttosto creando un dislivello spaziale tra primo campo e sfondo, di modo che la percezione del movimento sia acuita e resa quasi tattile, con uno splendido gioco di prospettiva che rende molto vivo il fluido susseguirsi di stasi e dinamismo. La macchina da presa infatti non è affatto frontale all’azione, ma entra all’interno dello spettacolo, costituendo quasi una seconda danza che acuisce l’impressione di essere coinvolgimento sensoriale.

Bisogna ammettere però che non tutto è riuscito nel film: alcuni assoli troppo statici, almeno per un occhio da profano come il mio, tendono ad annoiare in quanto sfoggio di tecnica, mentre i piccoli intermezzi in cui Wenders presenta interviste a Pina o dichiarazioni dei suoi ballerini sono infatti introdotti in maniera stucchevole, con finte quinte di teatro, modellini di antiche scenografie animati al computer; una scelta che spezza alquanto l’incanto della danza.

Danza che però è ottimamente catturata dalla fotografia di Hélène Louvart e Jorg Widmer, che restituisce colori molto vividi e brillanti, sopratutto per quanto riguarda i numeri ambientati nello spazio urbano di Wupperthal, sorta di quartier generale di Pina. Anche le musiche del film sono molto efficaci e curate: non si può ovviamente discutere la splendida partitura di Stravinskij, ma anche gli spettacoli contemporanei sono ritmati da ottime composizioni elettroniche o classiche, che bene illustrano e plasmano i movimenti dei danzatori, producendo un tutt’uno suggestio ed emozionante.

La sensazione che lascia il film, una volta riaccese le luci del cinema, è quella infatti di aver assistito a una commossa e toccante celebrazione e dichiarazione di affetto da parte di Wenders e dello staff con cui Pina ha lavorato durante la sua vita.

Un film forse non per tutti, visto l’argomento, ma che può ricompensare chi sa andare al cinema aspettandosi nient’altro che una manifestazione della bellezza.

Scritto da Style24.it Unit
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