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25 Luglio 2026

Nuove regole europee per il riutilizzo e il riciclo degli abiti invenduti

L'Unione Europea introduce nuove regole per vietare la distruzione degli invenduti nel settore tessile, promuovendo riutilizzo e riciclo.

Nuove regole europee per il riutilizzo e il riciclo degli abiti invenduti

Un cambiamento epocale sta per rivoluzionare il mondo della moda. A partire dal 19 luglio 2026, le grandi aziende tessili europee non potranno più distruggere gli invenduti. Questo provvedimento, introdotto dal Regolamento europeo sull’Ecodesign (Ue 2026/1781) mira a ridurre gli sprechi e promuovere un’economia circolare.

Per anni, capi d’abbigliamento, scarpe e accessori perfettamente integri sono stati distrutti perché invenduti o restituiti. Una pratica diffusa, soprattutto tra i grandi marchi, che ora diventa illegale. Le aziende dovranno destinare questi prodotti al riutilizzo alla donazione al riciclo o ad altre forme di recupero.

Le nuove regole per le aziende tessili

Il nuovo regolamento impone alle grandi imprese del settore tessile di non distruggere i prodotti invenduti. Le medie imprese avranno tempo fino al 2030 per adeguarsi, mentre le piccole aziende sono escluse dal provvedimento. I prodotti dovranno essere destinati al riutilizzo, alla donazione, al riciclo o ad altre forme di recupero.

Le aziende dovranno rendere pubbliche informazioni dettagliate sulla gestione degli invenduti, tra cui il numero e il peso dei prodotti eliminati, le ragioni dello smaltimento, la quota destinata a riutilizzo, riciclo o recupero, e le misure adottate per prevenire la distruzione.

Le deroghe previste

Il divieto di distruzione non si applica ai prodotti giudicati pericolosi per la salute, ai capi gravemente danneggiati o deteriorati, ai lotti difettosi che non rispettano le norme di conformità o a quei beni che violano i diritti di proprietà intellettuale.

L’impatto ambientale della distruzione degli invenduti

Secondo le stime, ogni anno nell’Unione Europea fino al 9% dei prodotti tessili immessi sul mercato viene distrutto senza essere mai stato utilizzato. Si tratta di una montagna di 594 mila tonnellate di tessuti che finiscono al macero, generando un impatto climatico spaventoso, stimato in 5,6 milioni di tonnellate di emissioni di anidride carbonica.

Il boom dell’e-commerce ha contribuito a gonfiare questo fiume di eccedenze. Il tasso medio di reso per gli acquisti online di abbigliamento viaggia attorno al 20%, trasformando spesso i resi in un costo logistico che le aziende preferivano azzerare brutalmente con l’inceneritore.

Il caso Burberry e le ragioni economiche

Nel 2018, Burberry confessò di aver distrutto in un solo anno merci per un valore di ben 28,6 milioni di sterline. Questo caso emblematico ha portato alla luce le ragioni economiche dietro la distruzione degli invenduti. Per molti marchi, soprattutto nel segmento del lusso, distruggere la merce in eccedenza era considerato più conveniente rispetto alla svendita negli outlet o a sconti troppo aggressivi.

La distruzione rappresentava una soluzione rapida per evitare il deprezzamento dell’immagine aziendale e alimentare il mercato parallelo e la contraffazione. Tuttavia, con le nuove regole, le aziende dovranno trovare soluzioni alternative per gestire gli invenduti.

Ora sta ai giganti della moda ridisegnare le proprie catene di fornitura e i propri algoritmi di previsione delle vendite. Se fino a ieri il fuoco dell’inceneritore era la soluzione più comoda e invisibile per nascondere gli errori di sovrapproduzione, da domani il recupero diventa l’unica via legale possibile per rimanere sul mercato europeo.

Autore

Cristian Castiglioni

Cristian Castiglioni, veneziano, iniziò come blogger dopo aver postato una guida sui bacari e ricevuto centinaia di messaggi: quella reazione spinse la sua trasformazione in redattore. Cura contenuti amichevoli e porta in redazione appunti fotografici di vaporetto e cicchetti.