Nel cuore del Victoria and Albert Museum la stilista Sinéad O’Dwyer ha presentato una sfilata che ha scosso le fondamenta dell’industria della moda. Con un approccio radicalmente inclusivo, O’Dwyer ha dimostrato che la moda può essere un potente strumento di emancipazione e accettazione.
L’evento, intitolato Fashion in Motion ha visto sfilare modelle e performer di diverse forme, taglie e abilità, mettendo in luce il divario tra rappresentazione in passerella e accessibilità commerciale. La sfilata ha attirato l’attenzione di molti, grazie anche al prezzo simbolico dei biglietti, solo cinque sterline, rendendo l’evento accessibile a un pubblico più ampio.
L’importanza delle taglie campione nella moda
Uno dei temi centrali dell’evento è stato il problema delle taglie campione nell’industria della moda. Tradizionalmente, i marchi di alta gamma e di lusso creano le loro collezioni utilizzando un’unica taglia rigorosamente piccola, intorno alla 38. Questo approccio esclude sistematicamente chiunque non rientri in queste dimensioni, limitando la rappresentanza di corpi diversi in passerella.
O’Dwyer ha scelto di progettare i suoi campioni per una taglia 18 Uk, circa una 50 italiana, dimostrando che è possibile creare moda inclusiva senza compromessi. La sua sfilata ha messo in evidenza quanto l’industria della moda mainstream si sia allontanata dal sentiero tracciato anni fa, e dal mondo reale, quello delle donne che non sono fatte con lo stampino.
L’ipocrisia dell’inclusività nella moda
Un fenomeno preoccupante è quello dei marchi di lusso e di fascia media che presentano modelle plus-size in passerella per ottenere lodi facili e visibilità sui social media, ma che poi non offrono capi disponibili in commercio in quelle taglie. Spesso, le opzioni plus-size o extra large vengono omesse o relegate a capsule collection separate, limitate e in vendita solo online.
Ad aggravare la situazione ha contribuito anche il boom dei farmaci dimagranti a base di GLP-1, come l’Ozempic, che ha portato a un’insidiosa inversione culturale che loda di nuovo l’iper-magrezza. Questo ha messo a repentaglio la già precaria presenza del plus-size nella vendita al dettaglio, che le consumatrici hanno faticosamente conquistato.
L’accessibilità culturale e l’impatto di Sinéad O’Dwyer
L’iniziativa di Sinéad O’Dwyer al Victoria and Albert Museum ha dimostrato che la moda può essere anche uno strumento di emancipazione e accettazione radicale. L’evento ha offerto biglietti al pubblico a un prezzo simbolico, rendendo reale anche un altro miraggio: l’accessibilità culturale che trionfa sull’accessibilità economica.
Nonostante i prezzi elevati dei capi d’abbigliamento di stilisti indipendenti come O’Dwyer, il suo lavoro rappresenta un passo avanti significativo verso una moda più inclusiva e rappresentativa. La sfilata al V&A è stata una potente dichiarazione politica in uno spazio pubblico, che ha offerto una visione concreta di come la moda possa essere un mezzo per promuovere l’accettazione e l’inclusività.
Per risolvere il problema dell’inclusività delle taglie, è necessario cambiare l’impostazione delle strutture produttive. Altrimenti, la vera inclusività delle taglie rimarrà una performance isolata come questa, invece che una consuetudine del settore.



