Matrimonio a Parigi: Massimo Boldi non tema questa recensione!

Recensione di Matrimonio a Parigi, ultimo film di Massimo Boldi, diretto da Claudio Risi. Solo su Blogosfere Spettacoli

Quando ho informato i miei amici che sarei andato al cinema a vedere Matrimonio a Parigi per scrivere una recensione mi sono sentito dire da più parti: “Mi raccomando, dì almeno una cosa buona su Massimo Boldi e il suo film! Almeno una.”

Queste raccomandazioni mi hanno fatto pensare che si creda che tra me e Boldi ci sia davvero una faida sanguinosa in corso: così non è, si tratta solo di un simpatico e allegro scambio di battute attraverso il quale il comico dà un po’ di visibilità al blogger e ne riceve una minima parte indietro.

Sviluppate queste doverose premesse occupiamoci ora del film vero e proprio, che tra l’altro sta ottenendo dei buoni incassi al botteghino (aiutato però dall’ingente numero di sale in cui è stato distribuito, quasi 400: per vedere i risultati assoluti toccherà una comparazione con gli altri titoli comici della stagione).

Dunque: il film, e una cosa buona da dire su di esso. Ecco, è migliore di quello dell’anno scorso, A Natale mi sposo, la cui recensione aveva irritato il buon Boldi.

Specifichiamo però che il miglioramento è sicuramente circostanziale e non strutturale. Ovvero: dietro alla pellicola non c’è un’idea diversa di comicità o una storia più appassionante rispetto a quanto raccontato in precedenza (sempre di genitori degeneri, comprimari stravaganti e figli leggermente accorti si tratta). È solo che, detto in maniera papale papale, qualche sparuta battuta attribuibile a Enzo Salvi e Anna Maria Barbera si salva e fa sorridere.

Il primo per la sua solita, esausta, maschera dello spostato di mente, la seconda con la sua riproposizione dei fraintendimenti linguistici alla Totò, che porta avanti per l’intera durata del film: nulla di nuovo o originale, ma non si chiede ciò ad un film comico.

Potenzialità della comicità, infatti, è quella di riuscire anche quando è frusta e risaputa: l’unico discrimine sta nel saper provocare la risata, e questo capita ben di rado nell’ultimo film di Boldi, le cui battute arrivano quasi sempre telefonatissime, nate stanche, afflitte e appesantite come sono dal peso di uno stereotipo televisivo da cui non riescono a smarcarsi.

Il rifarsi a un modello catodico di bassa, bassissima qualità è principalmente ciò che affossa il film diretto da Claudio Risi. La storia del film è un semplice pretesto per delle situazioni che si affastellano senza alcuna logica narrativa e ciò svuota di significato sia i personaggi che il susseguirsi degli eventi che si propongono sullo schermo. Che il personaggio di Boldi sia un imprenditore televisivo, la moglie una truffaldina, Biagio Izzo un finanziere, la Barbera la gestrice di un negozio di intimo semi-analfabeta, Rocco Siffredi uno stilista, Enzo Salvi un tassista, Diana Del Bufalo una ragazzina innamorata, tutto ciò è ininfluente: alla fine quello che emerge è sempre e solo quel residuo televisivo cui siamo abituati. Attraverso le immagini del film si percepisce un senso di stanchezza poco adatto a un’opera di fantasia e ci si rende conto che tutto, dalla recitazione alla regia fino al montaggio, è tirato per i capelli, mai studiato o ragionato, all’insegna di una sciatteria deprimente e a volte vagamente offensiva.

Boldi poi non mi venga a dire questa volta che il suo film non è volgare: passano neanche 5 minuti dall’inizio che vediamo il primo nudo femminile piuttosto gratuito, c’è una gag in cui Boldi urina addosso a Izzo, un’altra che coinvolge una maschera di Pinocchio e una sedia (vi lascio immaginare i dettagli), si fa riferimento costante alle doti nascoste di Rocco Siffredi, unica caratterizzazione del suo personaggio. Nessun moralismo nelle mie parole, solo la noia che coglie nel dover constatare il basso livello della sceneggiatura.

Vale la pena spendere due parole per le celebrità spurie coinvolte nel progetto cinematografico: se Rocco tiene la scena in maniera dignitosa, imbarazzanti sono invece le performance di Raffaella Fico (che interpreta la modella di una televendita, probabilmente anticipando il suo futuro televisivo) e di Diana Del Bufalo, del tutto inadatta alla recitazione e sempre fuori tempo nelle sue battute.

E i comici di professione, chiederà qualcuno? Boldi, Ceccherini e Izzo si producono in interpretazioni sciape e prive di mordente: le solite smorfie di Massimo che potevano divertire forse trent’anni fa (mi si perdoni se lo dico), Ceccherini non ha capito che non basta un accento toscano per risultare automaticamente divertente e Izzo…Izzo non l’ho capito io, non saprei affatto dire qual è la sua specialità.

Vorrei però concludere questo articolo su una nota positiva. C’è un istante, un solo istante, in cui sembra di star assistendo a un film e non a una vetrina di vecchie glorie (?) della comicità italiana. Si tratta di una piccola scena in cui la Del Bufalo confida le proprie pene d’amore alla madre Barbera: in quel frangente i due personaggi sono davvero tali, hanno una loro dignità e si intuisce che c’è stato un interesse, subito sedato, nel loro sviluppo in fase di sceneggiatura. Se il prossimo film della combriccola boldiana seguisse questa strada, forse il titolo dell’anno seguente potrebbe non essere così disastroso come lo è quello attuale.

P.s. 110 minuti sono davvero tantissimi! Tagliare, tagliare!

Scritto da Style24.it Unit
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