Festival cinema Roma 2011: L’industriale, recensione in anteprima

Terzo titolo italiano, presentato non in concorso, al Festival Internazionale del Film di Roma 2011, L’industriale è l’ultimo film del decano del cinema nostrano Giuliano Montaldo. Interpretato da una coppia di star quali Pierfrancesco Favino e Carolina Crescentini, il film affronta lo scottante tema della crisi economica da un punto di vista poco sviluppato, ovvero quello dell’industriale che deve lottare per salvare la propria fabbrica dal fallimento.

Ostinato ed orgoglioso (è infatti restio ad accettare l’intervento risolutivo della madre della moglie), il personaggio interpretato da Favino non scende mai a patti con banchieri e strozzini e cerca di non tradire le proprie convinzioni, anche per il bene degli operai: purtroppo anche la sua vita privata viene travolta dalla crisi, lasciandolo incapace di comunicare la propria confusione e abbattimento ad una moglie devota che però nasconde un corteggiatore misterioso.

Ambientato in una Torino livida e cupa, città facilmente riconoscibile dai numerosissimi luoghi turistici inquadrati (tanto da far pensare a più riprese di trovarsi dinanzi ad uno spot pubblicitario), il film si avvale di una fotografia di alto livello che vira la tavolozza cromatica verso una sfumatura a metà tra il blu metallico e il grigio sporco. Bisogna dire che a volte questa atmosfera altamente drammatica viene rovinata da delle musiche molto altisonanti, pompose e retoriche composte da Andrea Morricone, figlio del Maestro.

Altrettanto serie sono le performance dei due attori protagonisti, i quali si impegnano notevolmente per dare una approfondimento psicologica alla coppia. Meno efficaci risultano essere le prove dei comprimari, che non riescono a creare dei personaggi credibili, a volte rasentando piuttosto goffamente la mera personificazione di un concetto o di una funzione drammaturgica.

Ciò che davvero affossa il film e lo trascina nel baratro della fiction ad alto budget, però, è una sceneggiatura che, nonostante cerchi di mantenersi sempre sul filo della verosimiglianza, pecca di un notevole didascalismo: in primo luogo per il modo in cui affronta gli snodi narrativi, ovvero con una linearità che rende estremamente prevedibile lo svolgimento della trama; secondariamente attraverso una scrittura dei personaggi che, per quanto cerchi di mantenere una certa ambiguità, non evita la trappola della figurina stereotipica, anche nel caso dei protagonisti.

Fonte di grave disarmonia, poi, è la virata sentimental-thriller all’interno che cerca di ovviare alla linearità poc’anzi discussa, che fa deragliare completamente un discorso interessante quale quello economico verso il più bieco dei drammi passionali da tradimento.

È un peccato, perché il talento di Montaldo si manifesta lapalissianamente dalla cura formale con cui costruisce le inquadrature, molto eleganti e pregnanti allo stesso tempo. Purtroppo questa attenzione non è stata riposta anche nella costruzione della struttura drammatica, rovinando così tutto il lavoro compiuto nelle altre fasi della messa in scena.

Scritto da Style24.it Unit
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