Cosmopolis, l’ultima pellicola di David Cronenberg attualmente in gara al Festival del cinema di Cannes, dividerà sicuramente i pareri, come e forse più di quanto aveva fatto A Dangerous Method. Non si tratta della tanto temuta interpretazione della star Robert Pattinson, ché in realtà il ragazzo se la cava discretamente e regge molto bene la costante presenza davanti alla macchina da presa.
I dubbi, probabilmente, verteranno tutti sulla modalità di messa in scena escogitata dal regista canadese per portare sul grande schermo un testo ritenuto intrasponibile come quello del romanzo omonimo di Don DeLillo, maestro della letteratura post-moderna contemporanea. Ma di questo parliamo tra poco.
Cosmopolis racconta una giornata della vita di Eric Parker, che rappresenta il più fulgido esempio di alfiere del moderno capitalismo, virtuale, evanescente, simbolico e spietato. Il ragazzo, appena ventottenne, è infatti divenuto miliardario prevedendo le fluttuazioni del mercato ed è attualmente impegnato in una lotta privata contro lo yuan. In un momento infausto per la sua carriera decide allora di attraversare New York, all’interno della sua mastodontica e avveniristica limousine, per andare dal suo barbiere di fiducia e aggiustare il suo taglio di capelli. Piccolo inconveniente: la città è completamente paralizzata dalla visita del Presidente USA e le strade sono funestate dalle manifestazioni di protesta organizzate da gruppi di protesta, al suono dello slogan “Uno spettro si aggira per il mondo”. In questo lasso temporale ristretto Eric incontra molti personaggi e ha con questi lunghe e filosofiche conversazioni: dalla moglie appena sposata che tratta come un’estranea alla sua consulente di “teoria”, fino all’incontro decisivo con l’autore delle minacce che lo perseguitano dall’inizio della mattinata.
Cronenberg sceglie di seguire la strada già intrapresa col film precedente, addirittura riprendendo alla lettera i dialoghi che si trovano nel romanzo di partenza. Per quanto possano apparire artificiosi e poco realistici, spesso astrattamente non consequenziali, si tratta di parole che aiutano lo spettatore nella decifrazione di ciò che sta davvero a cuore al regista: la descrizione del mondo moderno dominato dal capitalismo. L’ambientazione della pellicola, girata prevalentemente all’interno della vettura del miliardario, strutturata come uno spazio asettico e gelido e infestato dalla tecnologia, immerge in una visione del mondo ben determinata.
A costituire il corso delle cose è il flusso velocissimo di dati, l’informazione e l’interpretazione-sfruttamento di essa da parte di personaggi isolati dal reale fattuale che costituiscono e perpetuano il capitalismo, inteso quasi come un metafisico principio di realtà. Le stesse proteste dei rivoluzionari non fanno altro che consolidare le posizioni di potere del libero mercato, e gli scossoni e la strisce di vernice con cui viene rovinata l’automobile non impensieriscono minimamente Parker, interessato unicamente al sesso, al soddisfacimento dei suoi desideri improvvisi (un accumulo di beni, anche artistico, che si sgonfia immediatamente nell’apatia), e incapace di provare empatia verso un altro essere umano.
Gelida, distante e asettica, l’opera di Cronenberg è rivitalizzata solo da attimi fugaci di ironia e da situazioni assurde: diversamente da A Dangerous Method, però, l’interesse dello spettatore, per quanto respinto emotivamente, resta sempre desto, anche nel verbosissimo raffronto finale. Una menzione speciale, che probabilmente collabora a mantenere questa partecipazione visiva, è la musica impalpabile ed evanescente di Howard Shore, che rompe il silenzio inquietante e carico di presagio che avvolge i dialoghi di cui è costellato il tessuto della pellicola.
Ancora una volta il cinema dell’autore di Spider gioca tutto sull’interpretazione degli attori, marchiando significativamente visi e corpi. Che siano Juliette Binoche, Mathieu Amalric, Sarah Gadon, Paul Giamatti o lo stesso Pattinson, non si tratta più di semplice restituzione del testo, ma di vera e propria incarnazione del nucleo generativo dell’opera.
L’epilogo del film, in cui il protagonista va incontro al proprio destino di sangue, può essere visto come una presa di coscienza della propria posizione nel mondo: un virus che ha corrotto l’universo e che deve essere debellato dall’anticorpo che egli stesso ha creato (il folle individualista in cerca di un significato da dare alla propria esistenza). Ma forse è troppo tardi, e il contagio si è esteso a tutto l’organismo…
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