Salta al contenuto
9 Luglio 2026

Bambina sottoposta a chemioterapia per errore diagnostico: il caso di Faye Condon

Faye Condon, oggi 12 anni, è stata trattata per anni per una patologia autoimmune che non aveva: dopo sette anni la diagnosi corretta è arrivata al Great Ormond Street Hospital.

Bambina sottoposta a chemioterapia per errore diagnostico: il caso di Faye Condon

La vicenda di Faye Condon è un caso che mette sotto i riflettori l’importanza della diagnosi corretta in età pediatrica. La bambina oggi ha 12 anni e ha passato gran parte dell’infanzia tra visite, esami e terapie invasive dopo che, a soli 5 anni, le era stata attribuita una malattia diversa da quella reale.

Per la famiglia, il tempo perso e gli effetti dei trattamenti hanno avuto un impatto profondo sulla qualità di vita di Faye. La madre, Christina Condon ha espresso rabbia e dolore per le scelte terapeutiche iniziali e ha chiesto che la storia sia ascoltata come monito sulla necessità di second opinion tempestive.

Prima diagnosi all’Ospedale Pediatrico di Bristol e terapie avviate

Quando Faye aveva 5 anni i medici dell’Ospedale Pediatrico di Bristol l’hanno diagnosticata con dermatomiosite giovanile una malattia autoimmune rara che interessa pelle e muscoli. A seguito di quella valutazione sono stati avviati percorsi terapeutici intensi, che hanno compreso farmaci, iniezioni e cicli di chemioterapia.

La madre aveva notato segnali di difficoltà motoria fin dall’inizio: la bambina non correva né saltava come i coetanei e presentava episodi di cadute improvvise. Christina ha raccontato che «Non riusciva nemmeno a percorrere i 200 metri fino a scuola: cadeva all’improvviso.» Per dimostrare i sintomi ha documentato con video e foto le crisi motorie, ma per anni la diagnosi iniziale è rimasta quella di dermatomiosite.

Sei cicli di chemioterapia e complicazioni

Nel corso degli anni Faye ha affrontato sei cicli di chemioterapia oltre a numerose iniezioni e una biopsia muscolare. I trattamenti non hanno apportato i miglioramenti sperati; anzi, la famiglia riferisce che la bambina si è ammalata gravemente durante quel periodo e ha avuto complicazioni anche in seguito a una trasfusione.

Christina ha sintetizzato il dolore vissuto con parole nette: «Avete rovinato l’infanzia a mia figlia» e «I medici hanno rovinato l’infanzia alla mia bambina». Queste affermazioni descrivono la percezione di anni sottratti alla normalità tipica dell’infanzia.

La svolta: second opinion al Great Ormond Street Hospital e nuova diagnosi

Dopo sette anni dall’inizio del percorso terapeutico, lo staff ha accettato di cercare un secondo parere. Faye è stata quindi valutata al Great Ormond Street Hospital di Londra dove gli specialisti hanno effettuato nuovi accertamenti, inclusi esami genetici.

Il risultato ha modificato radicalmente la comprensione del quadro clinico: la diagnosi corretta è risultata essere la distrofia muscolare di Emery-Dreifuss di tipo 2 una malattia genetica rara che provoca debolezza muscolare progressiva rigidità articolare e potenziali problemi cardiaci. Questa condizione non rientra nello spettro delle malattie autoimmuni trattate con chemioterapia.

Con la nuova diagnosi è stato possibile impostare controlli e terapie più mirate per gestire gli aspetti cardiorespiratori e motori della malattia, ma il percorso degli ultimi anni resta segnato da trattamenti incongrui rispetto alla patologia effettiva.

Conseguenze attuali per Faye

Oggi Faye utilizza una sedia a rotelle e sta perdendo progressivamente la funzione degli arti inferiori; ha inoltre necessità di ventilazione notturna e di controlli cardiologici regolari per la possibile compromissione del cuore. La diagnosi corretta permette di definire un follow-up adeguato, ma non esiste ancora una cura risolutiva per la sua patologia genetica.

La famiglia ha sottolineato come, se la diagnosi giusta fosse stata formulata prima, avrebbero potuto organizzare la vita domestica e creare ricordi importanti in momenti in cui Faye era ancora più autonoma.

Richieste della famiglia e discussione più ampia

Christina Condon ha avviato le procedure per presentare un reclamo formale nei confronti dell’ospedale che aveva emesso la diagnosi iniziale. La vicenda ha riaperto il dibattito sull’importanza delle diagnosi differenziali e sulla necessità che i team medici ascoltino i dubbi dei caregiver quando il quadro clinico non combacia con l’evoluzione prevista.

Questo caso evidenzia come per malattie rare e complesse sia spesso cruciale il ricorso a centri specialistici e a valutazioni genetiche per evitare terapie inappropriate che possano causare danni o ritardi nella corretta gestione della condizione.

Autore

Cristian Castiglioni

Cristian Castiglioni, veneziano, iniziò come blogger dopo aver postato una guida sui bacari e ricevuto centinaia di messaggi: quella reazione spinse la sua trasformazione in redattore. Cura contenuti amichevoli e porta in redazione appunti fotografici di vaporetto e cicchetti.