A Natale mi sposo: la fiera della banalità e della volgarità di Massimo Boldi

A Natale mi sposo: la fiera della banalità e della volgarità firmata Massimo Boldi

Lavorare a Blogosfere a volte comporta qualche sacrificio doloroso, ma se è per il bene dei propri lettori lo si fa volentieri. Al servizio del pubblico, potrebbe essere il nostro motto.

Qual è il pretesto per questa captatio benevolentiae non richiesta? Ebbene, sono andato a vedere “A Natale mi sposo”, l’ultimo film natalizio partorito dalla mente di Massimo Boldi, ormai definitivamente sganciatosi dall’ex socio Christian de Sica. Tagliamo la testa al toro immediatamente, così ci leviamo il pensiero: è orribile e inguardabile.

La storia, se la vogliamo chiamare così, è facilmente riassumibile: Vincenzo Salemme, scrittore di libri pedagogici famigliari, ha una figlia, di cui non ricorda mai il nome, che vorrebbe far sposare al rampollo di un banchiere.

Lei è ancora innamorata di una sua vecchia fiamma, il figlio del cuoco Boldi, che “casualmente” sarà designato quale chef del banchetto di nozze. In mezzo a tutto ciò un Massimo Ceccherini gerontofilo, Enzo Salvi ex pugile suonato coatto, Nancy Brilli romanaccia finto chic, Elisabetta Canalis e Teresa Mannino wedding planner. In aggiunta comparsate di varia umanità da reality show: Cristina Del Basso e Jonathan Kashanian. In mezzo a tutto ciò il peggio del peggio tra basso corporeo, battute da bambini di quinta elementare che hanno appena scoperto il mondo della sessualità e ammiccamenti che non fanno ridere.

L’interesse di un film del genere, a mio parere, risiede soprattutto in due questioni: cosa dirne criticamente e come è possibile che piaccia a tante persone (il film è attualmente in cima alle classifiche degli incassi)?

Partiamo dalla prima domanda. Un film del genere andrebbe valutato alla stregua di come si valuterebbe uno spettacolo da Commedia dell’Arte, ovvero dalla performance degli attori e dalla capacità di divertire. In entrambi i casi il risultato è pari a zero, o quasi. Massimo Boldi, che dovrebbe essere il capocomico di questa compagnia, non solo continua a basare tutta la sua comicità su accenti regionali, compreso il suo (tra l’altro: quale sarebbe?), che non sa minimamente padroneggiare, ma è anche notevolmente poco incisivo per tutto ciò che riguarda gestualità e mimica. Molto meglio, relativamente parlando, Enzo Salvi e Massimo Ceccherini, che almeno fanno solo il loro dovere e portano una simpatia implicita nei loro personaggi (implicita nel senso che si manifesta molto raramente).

Si parlava di Commedia dell’Arte, e il paragone risulta azzeccato quando si vuole dare uno sguardo alla storia raccontata: qualcuno potrebbe chiedersi se è ancora possibile fare una commedia sulla contrapposizione su Nord e Sud, su romani contro lombardi, sulle differenze di classe. Personalmente risponderei di sì, anche se la scelta denota una certa pigrizia. La questione è che il film del regista Paolo Costella tratta il tutto con una sciatteria incredibile, cosa che va a discapito non solo dell’interesse verso la storia ma anche delle battute stesse. Quando tra i pezzi forti del film ci sono situazioni “esilaranti” che hanno come tema festini omosessuali e torte a base di stupefacenti vuol dire che si sta raschiando il fondo del barile, la cosa mi pare ovvia.

Eppure, e veniamo alla seconda domanda, al pubblico piace. Le persone in sala ridevano di gusto e ho sentito con le mie orecchie raccontare nuovamente le battute appena ascoltate con grande soddisfazione (“La coscienza è come l’Iva, ogni tre mesi va scaricata” ne è un esempio). A questo punto sarebbe facile gettarsi in un discorso contro la decadenza culturale della popolazione italiana, segno di altre decadenze politiche e civili, oppure sulla facilità con cui il pubblico viene ingannato dalla volgarità e della facilità del comico triviale. Però non ci si riesce, mi sembra di esprimere un giudizio da un piedistallo che nessuno ha mai offerto, esibendo una sicumera del tutto fuori luogo: personalmente gradisco molto i film horror, anche parecchio sanguinolenti, ma mi farebbe rabbia se venissi catalogato come un pazzo omicida, un asociale o un insensibile o qualunque altro epiteto espresso con superficialità. Allo stesso modo non me la sento di dare degli stupidi e rozzi a una percentuale rilevante di italiani che altro non vuole che passare un’oretta e mezza dimenticandosi dei propri guai e facendosi due risate in compagnia.

“A Natale mi sposo“, così come gli innumerevoli prodotti del genere, segna quindi un discrimine tra ciò che la critica cinematografica può dire e fare e ciò che il pubblico invece vuole e premia. Mi consola l’esistenza di film quali “Centochiodi” che mettono d’accordo entrambe le parti, ma ciò non toglie che il mistero rimane inspiegabile e che l’amarezza per una simile scissione non è affatto poca.

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UPDATE! La replica di Massimo Boldi a Blogosfere: “A Natale mi sposo è un film popolare, la volgarità è un’altra cosa”.

Scritto da Style24.it Unit
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