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31 Agosto 2026

Galápagos: la controversa operazione della CIA con droni e vittime

Un'inchiesta rivela operazioni segrete della CIA nelle acque delle Galápagos. Otto dispersi e quaranta catturati: chi erano davvero?

Galápagos: la controversa operazione della CIA con droni e vittime

Le acque cristalline delle isole Galápagos, patrimonio dell’umanità UNESCO, sono diventate il teatro di una controversa operazione segreta della CIA. Tra gennaio e marzo 2026, almeno tre imbarcazioni ecuadoriane sono state colpite da droni, lasciando otto dispersi e quaranta catturati. Le famiglie delle vittime sostengono che si trattasse di semplici pescatori, non di narcotrafficanti.

L’inchiesta, basata su dati di volo, testimonianze e documenti, ricostruisce una sequenza di eventi precisi. Prima di ogni attacco, un aereo da ricognizione decollava da El Salvador in direzione delle imbarcazioni ecuadoriane. Successivamente, i droni entravano in azione colpendo le barche. Il pattern si è ripetuto almeno tre volte tra gennaio e marzo 2026, nelle acque prossime alle isole Galápagos.

Operation Southern Spear: il contesto dell’amministrazione Trump

Il programma, identificato come Operation Southern Spear sarebbe stato avviato sotto la supervisione dell’amministrazione Trump. Questo programma si inserisce in una più ampia strategia antidroga dell’esecutivo americano, che ha intensificato le pressioni militari e paramilitari sui corridoi del narcotrafficco nell’America Latina e nel Pacifico orientale.

Le acque attorno alle Galápagos sono da anni un nodo critico per il traffico di droga verso il Nord America. L’arcipelago ecuadoriano, celebre per la sua biodiversità unica, si trova al crocevia di rotte marittime che i cartelli utilizzano per spostare cocaina dall’America del Sud verso i mercati di consumo del Nord. Le autorità ecuadoriane e americane hanno intensificato le operazioni di contrasto in quest’area negli ultimi anni, ma un programma di attacchi con droni condotto dalla CIA rappresenta un salto qualitativo rispetto alle normali operazioni di pattugliamento o intercettazione.

Otto dispersi, quaranta catturati: i numeri di una guerra non dichiarata

I dati umani dell’operazione sono al centro della controversia. Tra gennaio e marzo 2026, almeno tre imbarcazioni ecuadoriane sono state colpite. Otto membri degli equipaggi risultano dispersi e sono presumibilmente morti. Quaranta individui sono stati catturati.

La distinzione tra dispersi e presumibilmente morti e morti accertati non è un dettaglio tecnico: è il cuore della battaglia narrativa che si sta svolgendo attorno a questo caso. Le autorità americane non hanno rivendicato l’operazione, il che significa che non esiste una versione ufficiale dei fatti né una lista di chi fosse a bordo di quelle imbarcazioni e con quale ruolo.

Le famiglie delle vittime contestano la narrativa secondo cui gli attaccati fossero narcotrafficanti. Sostengono che i loro cari fossero pescatori, persone che lavoravano in mare come hanno sempre fatto. Questa versione non è stata verificata in modo indipendente dalle fonti disponibili, ma la sua rilevanza è fuori discussione: se anche solo una parte delle vittime fosse estranea al traffico di droga, le implicazioni legali, diplomatiche e morali dell’operazione si moltiplicherebbero in modo drammatico.

Le Galápagos: un teatro improbabile per operazioni segrete della CIA

Che le isole Galápagos diventassero il teatro di operazioni segrete della CIA è, in un certo senso, il dettaglio più sorprendente di tutta la vicenda. L’arcipelago è uno dei luoghi più iconici del pianeta: riserva della biosfera, patrimonio dell’umanità UNESCO, laboratorio vivente dell’evoluzione darwiniana. La sua fama è legata alla tutela ambientale, alla ricerca scientifica, al turismo naturalistico.

Immagine generata con AI Eppure, la posizione geografica delle Galápagos le rende strategicamente rilevanti per chiunque voglia controllare — o contestare — le rotte marittime del Pacifico orientale. Situate a circa mille chilometri dalla costa continentale dell’Ecuador, le isole si trovano in una zona che i trafficanti di droga utilizzano come punto di riferimento e di transito. Le autorità ecuadoriane hanno più volte sequestrato imbarcazioni sospette nelle vicinanze dell’arcipelago negli ultimi anni, documentando la presenza di reti di traffico strutturate in quest’area.

Il fatto che un aereo di sorveglianza partisse da El Salvador — un paese dell’America Centrale a migliaia di chilometri di distanza — per coordinare attacchi nelle acque delle Galápagos suggerisce l’esistenza di un’infrastruttura logistica sofisticata e di una pianificazione che va ben oltre l’improvvisazione. Operation Southern Spear, se i dettagli emersi corrispondono alla realtà, sembra essere un programma strutturato, con basi operative multiple e una catena di comando che attraversa diversi paesi.

Le implicazioni legali e diplomatiche

Sul piano legale, un’operazione di questo tipo solleva questioni di straordinaria complessità. Le acque vicino alle Galápagos sono, in parte, acque territoriali ecuadoriane e, in parte, acque internazionali. Condurre attacchi armati in entrambe le zone senza il consenso esplicito e pubblico del paese sovrano — l’Ecuador — pone interrogativi seri sul rispetto del diritto internazionale e sulla sovranità nazionale.

La categoria della covert action americana è pensata proprio per aggirare questo problema: il governo degli Stati Uniti non riconosce l’operazione, quindi non esiste formalmente una violazione che possa essere contestata in sede diplomatica o legale. Ma questo meccanismo funziona solo finché l’operazione rimane segreta. Quando un’inchiesta giornalistica di alto profilo porta tutto alla luce, la situazione cambia radicalmente.

L’Ecuador, paese di sovranità dell’arcipelago, si trova ora in una posizione difficile. Deve rispondere alle proprie famiglie, alla propria opinione pubblica e ai propri obblighi istituzionali, pur mantenendo relazioni con un alleato potente come gli Stati Uniti. Il governo ecuadoriano non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali che siano state incorporate nelle fonti verificate disponibili per questo articolo, il che rende ancora più evidente la delicatezza della situazione diplomatica.

Sul piano interno americano, l’operazione pone domande sulla supervisione parlamentare. Le covert action richiedono che il Congresso venga informato attraverso le commissioni intelligence, ma il livello di dettaglio e la tempestività di questa informazione sono spesso oggetto di controversia. Il fatto che l’operazione sia diventata pubblica attraverso il giornalismo investigativo — e non attraverso canali istituzionali — riapre un dibattito classico sulla trasparenza delle operazioni di intelligence in democrazia.

In un contesto in cui il governo americano non riconosce l’operazione e le autorità ecuadoriane sembrano procedere con cautela, il giornalismo investigativo ha svolto la funzione che gli è propria in una democrazia: portare alla luce ciò che i governi preferirebbero mantenere nell’ombra. L’inchiesta, pubblicata il 13 agosto 2026, è il risultato di un lavoro che ha combinato analisi di dati di volo, interviste a familiari delle vittime e ricostruzione del quadro normativo americano sulle operazioni segrete.

Il fatto che testate di orientamento e tradizione molto diversa abbiano ripreso e approfondito la storia indica che la solidità dell’inchiesta ha superato il vaglio di redazioni con standard editoriali rigorosi. Non si tratta di una notizia isolata o di una fonte singola: è una storia che ha retto al confronto con più punti di verifica indipendenti.

Resta aperta, tuttavia, la questione più difficile: quella delle vittime. Otto persone sono disperse e presumibilmente morte. Quaranta sono state catturate. Le loro famiglie chiedono risposte che nessuna istituzione, per ora, sembra disposta a fornire ufficialmente. Stabilire chi fossero quelle persone, se fossero davvero narcotrafficanti o pescatori, richiede un’indagine che va oltre le possibilità del giornalismo e chiama in causa le istituzioni — ecuadoriane, americane e internazionali.

Autore

Matteo Pellegrino

Matteo Pellegrino ha organizzato una sfilata pop-up nei vicoli del Quartieri Spagnoli per promuovere giovani designer; è editorialista moda che cura rubriche su artigianato e tendenze locali. Nato a Napoli, conserva bozze di pattern e appunti presi nelle sartorie di via Toledo.