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24 Giugno 2026

Brexit a dieci anni: come il divorzio dall’Europa ha cambiato la politica britannica

Dieci anni dopo il voto del 23 giugno 2016 il Regno Unito registra sei dimissioni di primi ministri, conseguenze economiche misurate in stime diverse e una discussione pubblica sulla possibilità di riavvicinarsi all'Unione europea.

Brexit a dieci anni: come il divorzio dall'Europa ha cambiato la politica britannica

Il voto che il 23 giugno 2016 decise l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea ha segnato non soltanto un cambio di rotta nelle relazioni con Bruxelles ma anche una decade di instabilità politica interna. In meno di dieci anni si sono succeduti diversi leader alla guida del governo britannico: il quadro ha visto dimissioni, mandati brevi e una rinnovata discussione pubblica sul bilancio della decisione.

La sequenza di governi post-referendum è stata caratterizzata da passaggi rapidi e da provvedimenti che hanno lasciato tracce profonde nelle relazioni commerciali, nella politica migratoria e nella fiducia degli elettori. Parallelamente, sul piano economico sono emerse stime divergenti sull’impatto della separazione dall’Unione, che vanno da qualche punto percentuale fino a perdite più consistenti del PIL rispetto a uno scenario ipotetico di permanenza.

La successione dei premier dal referendum: date e durate

Il risultato del 2016 provocò l’immediata uscita di scena del primo ministro dell’epoca, aprendo una fase di ricambio. Nei dieci anni successivi si sono succeduti al governo sei leader: dal post-referendum fino all’ultimo annuncio di dimissioni del capo del governo laburista, ogni passaggio ha riflesso tensioni interne e la difficoltà di tradurre il mandato popolare in soluzioni pratiche.

I periodi più significativi

Tra i passaggi più rilevanti vi sono stati mandati di durata differente: alcuni conservatori hanno guidato il paese per più anni, mentre l’esperimento più breve della storia moderna nazionale è durato appena 44 giorni. Un leader ha guidato il Paese fuori dall’Unione all’inizio del 2026, mentre altri si sono dimessi per l’incapacità di ottenere approvazione parlamentare o per scandali interni.

Effetti economici e sociali misurati in vari modi

Sull’impatto economico della separazione esistono valutazioni multiple: un organismo indipendente di controllo dei conti pubblici ha stimato che, nel lungo termine, l’economia britannica potrebbe essere intorno al 4% più piccola rispetto a uno scenario di permanenza nell’Ue, mentre altre analisi accademiche collocano l’effetto tra il 2,5% e l’8%. Un diverso studio basato su dati della Bank of England ha quantificato una perdita nell’ordine del 6% del PIL nei primi dieci anni.

Queste stime, di natura controfattuale, convivono con dati reali: le esportazioni di beni materiali verso l’Unione sono diminuite e molte piccole imprese, in particolare del settore agroalimentare, hanno dovuto affrontare nuove barriere burocratiche. Al contrario, il settore dei servizi ha registrato dinamiche differenti, con un aumento dell’export in alcuni segmenti e un rafforzamento della posizione della City in settori finanziari e professionali.

Immigrazione e mercato del lavoro

Un altro effetto concreto è stato il cambiamento nei flussi migratori: mentre gli arrivi dall’Europa si sono ridotti, si è registrata una crescita consistente dell’immigrazione da altre aree del mondo, contribuendo a numeri annuali molto elevati. Questo ha alimentato il dibattito pubblico sulla libertà di circolazione e sul fabbisogno di manodopera in settori chiave come la sanità.

Il dibattito sul possibile rientro nell’Ue e gli ostacoli pratici

Negli ultimi anni la discussione sul ritorno verso l’Unione è riemersa in vari ambiti politici e sociali: gran parte dell’opinione pubblica sembra ora giudicare la Brexit un errore e l’ipotesi di un riavvicinamento è stata messa sul tavolo da esponenti politici. Tuttavia, le condizioni pratiche di un eventuale rientro presentano ostacoli rilevanti.

Un rientro nel mercato unico imporrebbe il ripristino della libertà di circolazione mentre un ritorno completo all’adesione comporterebbe, tra le altre cose, scelte complesse su moneta, Schengen e contributi di bilancio. Inoltre, negli ultimi anni si è verificata una divergenza normativa in settori strategici come l’intelligenza artificiale e le biotecnologie, dove il Regno Unito ha costruito vantaggi competitivi difficili da abbandonare.

Le alternative disponibili appaiono tutte problematiche: mantenere lo status quo con i costi che comporta, aderire nuovamente a parti dell’architettura europea rinunciando a scelte sovrane o avviare un negoziato lungo e conflittuale sul ritorno. In questo contesto, la recente ondata di dimissioni e la rotazione alla guida del governo complicano ulteriormente la capacità di definire una strategia coerente e sostenibile.

Nel panorama politico interno il dossier europeo rimane centrale: l’attenzione si concentra non solo sulle cifre macroeconomiche, ma anche sulla gestione quotidiana dei settori più vulnerabili e sulle ripercussioni sociali del decennio post-referendum. La capacità del prossimo esecutivo di affrontare questi nodi sarà determinante per il futuro posizionamento internazionale del Regno Unito.

Autore

Beatrice Bonaventura

Beatrice Bonaventura ricorda la decisione di lasciare le passerelle di Firenze dopo un servizio su sartorie locali; da allora guida scelte stilistiche pratiche per lettori. In redazione propone palette sobrie e mantiene un archivio personale di tagli e cartamodelli d’epoca.