La figura di Vittoria di Savoia torna sotto i riflettori non per scenari di corte ma per un ruolo creativo: la giovane principessa ha firmato il suo debutto come curatrice insieme a Sarah Douadi per la mostra Il Ratto d’Europa, ospitata nell’ambito della Milano Art & Design Week 2026 in collaborazione con BKV Fine Art. Questa scelta segna una distanza netta da una rappresentazione tradizionale della nobiltà; Vittoria preferisce essere raccontata attraverso progetti artistici, teatro e moda piuttosto che tramite gioielli araldici. Nella conversazione pubblica spiega con chiarezza perché non indosserà la tiara: per lei è un simbolo che appartiene al passato e non riflette la sua idea di identità.
Un percorso personale e professionale deciso
La giovane vive a Londra e si divide tra formazione e lavoro pratico: frequenta la RADA, partecipa a casting cinematografici e studia clownaggio, attività che combina a una routine fisica fatta anche di boxe. Racconta di essere andata via di casa a diciassette anni, di aver lasciato l’università e di aver pagato con il proprio impegno gli studi teatrali lavorando in un pub-ristorante. Questa traiettoria dice molto della sua idea di autonomia: non vuole essere percepita come una figura passiva o un ornamento sociale, ma come una donna che costruisce la propria carriera e sta concentrata sulla realizzazione professionale.
Perché rinunciare alla tiara
Il rifiuto della tiara non è un gesto di provocazione ma una scelta identitaria. Vittoria si definisce un “maschiaccio”: pratica sport, indossa spesso tute sportive e pantaloncini e si trova a disagio con abiti lunghi e gioielli regali. La sua visione di “principessa” nel contesto contemporaneo è piuttosto una donna libera, con idee proprie, che usa la voce per esprimerle. Sottolinea inoltre la realtà costituzionale: in Italia e in Francia la monarchia non è più in funzione, motivo in più per non aderire a rituali che sentirebbe estranei.
Relazioni familiari e ruolo nella Casa Savoia
Nonostante il titolo nobiliare, Vittoria ribadisce che il ruolo di guida della Casa Savoia lo sta portando avanti suo padre, Emanuele Filiberto. Il rapporto con i genitori è narrato come aperto e sincero: entrambi sono descritti come figure moderne e presenti, persone con cui può confrontarsi senza giudizio. Parla della madre, Clotilde Courau, come della donna più forte che conosca e menziona la sorella minore, Luisa, studentessa di legge a Parigi con risultati eccellenti. Per lei la dimensione familiare è un circuito di donne unite e resilienti, un modello di solidarietà femminile che lei considera fondamentale nella società odierna.
Il rapporto con l’immagine pubblica
Vittoria affronta le critiche con pragmatismo: usa i pochi social che frequenta in modo selettivo e dichiara di ignorare gli haters, ricavandone invece una spinta. Se qualcuno la dipinge come ricca e snob, la sua reazione è concreta: lavorare, costruire e dimostrare con risultati. In questo senso la pratica artistica e teatrale diventa anche uno strumento per ridefinire l’immagine pubblica, trasformando il giudizio in motivazione e l’etichetta in occasione per mostrare competenza.
Il debutto curatoriale nel contesto milanese
La curatela de Il Ratto d’Europa è inserita in un contesto di forte vivacità culturale: Milano, con le sue fiere e i progetti collaterali della Art Week, offre un palcoscenico ideale per sperimentare conversazioni tra antico e contemporaneo. Nel progetto, il dipinto di Luca Giordano è usato come punto di partenza per interrogare temi di sradicamento, violenza e percezione dell’identità europea, trasformando un’opera storica in un dispositivo critico che parla di attualità. Collaborare con una galleria come BKV e inserirsi in una settimana d’arte così vivace mostra la volontà di misurarsi con il mondo dell’arte in modo professionale e curatore.
Un ponte tra generazioni
Il progetto evidenzia la capacità di mettere in dialogo linguaggi diversi: opere classiche reinterpretate accanto a pratiche contemporanee diventano strumenti per una riflessione che non è nostalgica ma proiettata al presente. Per Vittoria questo è anche un modo per imparare il mestiere della curatela e per costruire un percorso che affianchi la formazione attoriale a competenze espositive e critiche. Milano, con la sua rete di fiere e gallerie, rappresenta il luogo dove sperimentare questo passaggio.
In sintesi, la vicenda di Vittoria di Savoia è la storia di una ragazza che sceglie la propria strada: dall’abbandono degli abiti regali alla pratica artistica e sportiva quotidiana, passando per il debutto curatoriale che la colloca nel cuore di una scena culturale europea. Il rifiuto della tiara è quindi simbolico di una posizione più ampia: preferire la concretezza del lavoro creativo e la responsabilità personale alla semplice rappresentazione di un titolo.



